giovedì 31 dicembre 2015

Quattordici libri che ho amato, che ho abbracciato.

C'è chi tira una riga sui propositi raggiunti e stila una nuova lista per il 2016, c'è chi fa bilanci e valuta se è in rosso o meno, riguardo alle emozioni, al conto in banca, alla vita.
Poi ci siamo noi, lettori appassionati. Noi che non possiamo vivere senza leggere, noi che viviamo per leggere, noi che leggiamo per vivere. Noi che siamo un po' anche maniaci dei numeri e segniamo i libri che abbiamo letto con accanto un numero, le stelline, un tic, o qualsiasi altra cosa. Ci siamo noi che ci affrettiamo a terminare l'ultima lettura prima delle 23.59 di oggi, perché vogliamo iniziare una nuova lettura proprio col primo giorno dell'anno nuovo; siamo un po' anche ossessivo compulsivi mi sa.
Ripenso all'anno passato e prendo il mio quadernetto dove segno le letture per non dimenticarle mai, anche se la storia era la più dimenticabile di tutte. Questo quadernetto ha una storia tutta sua, una storia che mi fa battere forte il cuore, perché noi lettori appassionati vediamo una storia in tutto.
Inizio a leggere i vari titoli scritti e quando arrivo a qualcuno di questi, qualcuno di questi che mi è entrato nel cuore, sento un calore partirmi dal petto.

Infatti ci sono quei libri che mi sono venuti a cercare e mi hanno sussurrato di alzarmi, di farmi forza.
Marina con Il contrario della solitudine ha avuto un tempismo perfetto! Marina già alle prime pagine mi fa commuovere e quasi piangere, perché non poteva scegliere parole migliori, parole più potenti, parole carezzevoli, parole più giovani, parole dirette a me. Marina mi ha permesso di riacquistare un poco della fiducia in me stessa, mi ha fatto dire che non ero vincolata alle mie stesse scelte, che dovevo diventare più flessibile con me stessa, che ero libera. Libera di scegliere. Mi ha fatto capire che non ero sola, che era comprensibile sentirsi smarriti, ma non ero l'unica. Il contrario della solitudine.

"Siamo così giovani. Siamo così giovani. Abbiamo ventidue anni. Abbiamo un sacco di tempo. A volte c'è questa sensazione che si insinua nella nostra coscienza collettiva mentre siamo da soli nel nostro letto dopo una festa, o mentre riponiamo i libri perché abbiamo deciso di lasciar perdere e uscire: che in qualche modo sia troppo tardi. Che in qualche modo gli altri siano più avanti di noi. Più compiuti, più specializzati. Più sulla strada giusta per salvare il mondo, in qualche modo, per creare o inventare o migliorare. Che ormai sia troppo tardi per iniziare un inizio e che dobbiamo accontentarci della continuità, del dopo laurea.
Ciò che dobbiamo tenere a mente è che possiamo ancora fare qualsiasi cosa. Possiamo cambiare idea. Possiamo ricominciare da capo. Seguire una specialistica o provare a scrivere per la prima volta. L'idea che sia troppo tardi per fare qualcosa è comica. È ridicola. Siamo così giovani. Non possiamo, non dobbiamo perdere questo senso di possibilità perché alla fine è tutto quello che abbiamo."


Marina ma anche Kurt Vonnegut. La prima ha iniziato a farmi stare meglio, il secondo arriva con il suo Quando siete felici, fateci caso, quasi per dirmi di continuare il mio percorso, che così sarei tornata a sorridere. Un gioiellino che vorrei definire come un inno alla vita, alla gioventù, all'ottimismo, al sorriso. Un libriccino che tutti noi dovremmo avere nella mensola alla stessa altezza degli occhi, pronto alla consultazione nei momenti più bui, da usare per avere un po' di luce su quello che si ha ma che non si riesce a vedere, su ciò che non si ha ma che può essere raggiungibile. Tutti noi dovremmo avere una sua copia.


L'anno del 2015 è stato anche l'anno dei libri sulla maternità: quest'amore grande quanto complesso, un amore primordiale che sembra avere una forza che è anche la sua debolezza.
A partire dalla maternità rubata e la genitorialità soppressa. Con pochissime pagine, che non volevo mai più finire, Concita De Gregorio mi ha commossa e mi è entrata dentro come pochissimi autori sanno fare. Un libro che fa riflettere, che strappa il cuore dal petto, che fa emozionare. Mi sa che fuori è primavera parla di perdita ma anche di fioritura. Amo questo libro, lo amo alla follia.


Una perdita che invece non è dovuta alla mano umana è quella di
Anita e di sua madre in Ovunque tu sarai. Un libro delicato, leggero, dove la protagonista perde un punto di riferimento importante nella sua vita e si sente persa. Il futuro la chiama, chiama il presente e dice le sue intenzioni con quel grande "se". La cosa che più ho adorato di questo libro è la dolcezza nelle emozioni negative, come per far sì che noi ne abbiamo paura, come per addomesticarle. La malinconia si veste con eleganza e si impossessa di Anita che, prima o poi prenderà un grande respiro e riprenderà a vivere, con altrettanta eleganza.



La maternità può anche non essere voluta. Può essere in secondo piano rispetto alle proprie esigenze e ai propri sogni, come ne Il vino della solitudine. Un classico che mi ha fatto riscoprire un'autrice dalla scrittura sublime, moderna, attuale, le cui parole in effetti inebriano gli animi dei lettori. Un classico assolutamente da leggere e far proprio con la promessa che presto altre storie della Némirovsky gli faranno compagnia. Il vino della solitudine è bellissimo.



La maternità può essere anche voluta ma incidentale, come quella di Giulia per Mia. Dio mio, Io sono di legno è un libro che definisco meraviglioso. Ancora una volta Giulia Carcasi, con poche pagine, mi fa battere il cuore a mille, mi emoziona fino alle lacrime, mi fa vivere le vite di queste donne straordinarie, di legno, il cui amore reciproco sembra forte ma bisognoso di parole.



Spesso si parla di maternità e si dimentica della paternità, anch'essa fonte di abusi. Ce lo ha insegnato la Rattaro con Niente è come te ma adesso a parlare e, a conquistarmi, è Marco Franzoso con Il bambino indaco. Anche lui come la Giulia Carcasi e la De Gregorio, con poche pagine mi ha rubato il cuore. Quest'uomo impotente che si vede deperire il figlio vittima della dipendenza ideologica della madre, la nonna che scappa in chiesa per nutrire il nipote e questa mamma che perde il controllo più cerca di mantenerlo. Un libro forte che fa riflettere, particolare per la narrazione dall'altra parte della medaglia, indimenticabile.


Poi ci sono quei libri che ogni tanto mi vogliono ricordare le mie origini, o me ne fanno sentire la mancanza e così mi scelgono. Come Rosso Istanbul, grazie al quale ho ricordato i mercati colorati del mio paese anche se non è la Turchia, ho ricordato le spezie che profumano le vie e le luci così medio-orientali. Il regista lo dedica alla madre, parla di una storia vera, la sua, che sfiora quella fittizia di una donna la cui bussola è andata persa e la ritrova proprio in un paese straniero. Vite che si sfiorano, che si ricordano, che si rincontrano, che si dimenticano, che si perdono. Vite.


Miss Jerusalem ha pochi legami con le mie origini, direttamente, ma io ci ho visto comunque molte similitudini con la mia cultura anche se sembra paradossale. Il tutto è, però, da sfondo, seppur rilevante, alla storia delle donne Hermosa che sembrano soggette ad una maledizione che le costringe ad essere maritate a uomini che non le amano. Amori non corrisposti e uomini e donne infelici, dipinti in una tela di guerra dove più etnie sono in contrasto e forse, c'è un modo per spezzare la maledizione invece che arrendersi a questa.



Eppure, alla fin fine, le tradizioni sono importanti e talvolta sono un calvario, una catena a mani e piedi. Lo sa Vanessa Roggeri che torna a raccontarci la Sardegna dell'Ottocento con Nora che, fedele al suo nome, illumina la vita di alcuni personaggi dopo che la sua è stata spenta dalle credenze. Le brucia, il Fiore di fulmine che le segna la pelle, ma la guida a risolvere misteri e segreti che con prepotenza rendono infelici chi le sta attoro. Una scrittura da classici, un'eleganza tipica della Roggeri, assolutamente da consigliare.



E poi c'è l'amore. L'amore imperfetto, l'amore "incasinato", l'amore quotidiano, l'amore in tutte le sue sfumature: tra madre e figlio, tra padre e figlio, tra fratelli, tra amanti, tra nipote e nonno. L'amore giovane, l'amore vecchio, l'amore che da giovane diventa vecchio e si accompagna. L'amore con le promesse fasulle, l'amore de Prometto di sbagliare. Non un romanzo, non una raccolta di racconti, non poesie: pare quasi un nuovo genere letterario, e poco importa. Importa che questo libro è bellissimo e per me anche importante perché ha riavvicinato due anime ormai lontane, ha fatto sfiorare dita che da tempo non si sfioravano, ha fatto battere cuori che non hanno mai smesso di farlo ma che si erano scordati come si fa.


Poi ci sono amori che nascono sulla sabbia, crescono guardando il mare, diventano adulti coi piedi sulla battigia. Diventano adulti. Diventano grandi, come le consapevolezze, come i fatti di cronaca. L'Isola de Le tartarughe tornano sempre mi ha conquistata, con lo stile dell'autore che trovo ipnotico e da una storia attuale che rende tristi e ci fa sentire impotenti e ingiustamente fortunati. Questo libro è uno di quelli che la critica definirebbe "da leggere nelle scuole", e se non l'hanno detto lo dico io ora nel mio piccolo; nel frattempo lo consiglio a chiunque voglia un libro forte, toccante, attuale. No, ho cambiato idea. Lo consiglio a tutti, indistintamente.


Arriva anche il libro più inopportuno in assoluto, che mi sceglie per farmi male. Piccola dea è semplicemente stupendo e mi ha raccontato qualcosa che io stavo perdendo. L'amicizia. Chi ci crede più? Facciamoci poche illusioni, mi dicevo: l'amicizia può finire, anche quella più importante, e quando arriva all'ultima fermata e tu sei lì da solo solo che vedi tutti che abbracciano i loro cari mentre tu ti guardi intorno ti rendi conto che fa male quanto un amore finito, che ti toglie via un pezzo. Ecco cosa mi ha fatto provare Piccola dea, ecco perché lo amo.



Ed infine, ma non meno importante, c'è il libro che parla di vita e di morte, di verità e menzogna, di passato e presente, di amore, di scrittura, di tutto ciò che serve per rendere felici ma anche infelici.
La verità sul caso Harry Quebert è un giallo coi fiocchi, con un colpo di scena che ne precede uno ma ne segue anche un altro. Una storia che mangia il lettore, lo conquista e non lo molla più, capitolo dopo capitolo. Un libro che nei miei viaggi da pendolare è spesso tra molte mani, anche nella mani della ragazza protagonista de Letture in viaggio. Indimenticabile, per tutto questo.


Quattordici libri sono diventati parti di me, in quest'anno. Ognuno con una storia diversa, un personaggio differente; ognuno mi ha donato qualcosa, ogni autore ha lasciato un pezzo della sua anima in ciascuno di questi libri ed è un privilegio entrare in empatia con loro, le loro "vite su carta". Ognuno di questi libri è un libro indimenticabile, un libro consigliabile. Un libro da amare. Un libro che io ho amato, che ho abbracciato.

lunedì 28 dicembre 2015

Un anno è passato.

Un anno è passato.
Così ho scritto nel mio quaderno dei pensieri. Mi sentivo ispirata, satura. Così ho scritto "un anno è passato, subito dopo la data, in un'altra pagina, come per dire che davvero è un altro anno, come per mettere una diga tra le vecchie emozioni e queste di oggi.
Un anno è passato.
Ci incamminiamo verso quello nuovo adesso, il duemilasedici, e c'è l'immancabile frase: come passa veloce il tempo. Tutto passa veloce, tranne le paure. Loro mettono radici. Loro ti scavano dentro e si annidano per bene, loro bruciano la pelle da dentro, al ricordo del passato. C'è chi ha paura del futuro come una grande incognita, c'è chi ha paura del passato: di riviverlo.
Un anno è passato e a me bruciano ancora quelle paure. Scottano i ricordi. I ricordi di un anno che oserei definire il peggiore di sempre, il peggiore da quando le cose sembravano perfette nella loro ordinarietà.
Penso all'anno passato, al duemilaquindici. Penso a come mi mancava il respiro. A come mi sentivo soffocare. Penso a quando tutto è cambiato. Nel giro di pochi mesi mi sono spezzata. Penso a come da amante della compagnia io abbia iniziato ad amare la solitudine. Penso a quando ho messo in dubbio chiunque nella mia vita, a quando ho dubitato della fiducia delle persone, a come mi sono sentita sporca a farlo ma anche a come questo tradimento mi ha protetta.
Le persone.
Le persone che escono ed entrano dalla nostra vita, a volte senza bussare altre senza salutare - in silenzio o sbattendo la porta-. Le persone che pensavo fossero un faro nel mio mare quotidiano ma che quando mi sono persa non hanno illuminato la distesa d'acqua salata in cui rischiavo di annegare. Penso a quelle che hanno fatto promesse, che hanno fatto dichiarazioni d'affetto, penso alle promesse e alle dichiarazioni d'affetto dei diciassette anni. Gli anni dove tutto sembra immortale, dove non si sente il tempo che passa, dove non si dice che un anno è passato, dove si vive e basta.
Penso anche che avrei dovuto dar retta al mio istinto, prepararmi, non fidarmi.
Le persone.
Le persone che non ho mai preso in considerazione, per davvero, sono quelle che mi hanno teso un braccio e mi hanno detto "ti aiuto io". Le persone che mai avrei creduto di continuare ad avere nella vita, quelle che erano un puntino solo, si sono rilevati essere un punto fermo: senza promesse, senza dichiarazioni. Ci sono, e basta.
Le persone che avevano momentaneamente abbandonato la loro presenza accanto a me, sono tornate e, nonostante la grande diffidenza, solo ora mi rendo conto che è giunto il momento di lasciarmi andare per non perderle più.
Pensavo di non essere all'altezza di certe persone, poi quelle persone si sono rivelate miserabili. Ero più ricca, ricca nel mio casino e nel mio disordine. Ho imparato a mettere ordine astratto, ho imparato a mettere in pausa le emozioni e pensare con la testa, per smettere di avere pentimenti.
Le persone. Se potessi dare un titolo a quest'anno, sarebbe "Le persone". E' stato l'anno delle persone.

Un anno è passato e io sono felice. Felice perché non sono quella che credevo di essere, perché pensavo di essere una debole, perché pensavo di essere invincibile, pensavo di non riuscire a stare sola, pensavo di farcela in tutto, ma anche di non farcela mai. Pensavo di essere sola, una mia grande paura, e poi io e la solitudine siamo diventate amiche. Ora ci teniamo la mano sul treno, guardiamo gli alberi perdere le foglie e rivestirsi di verde, prendiamo il caffè alle otto del mattino guardando la Lanterna di Genova. Ora io e lei siamo amiche, lei non mi fa più paura e, soprattutto, quando andrà via io sarò sempre pronta ad avvolgermici e accoglierla nuovamente nella mia vita. Lei è l'unica a cui è permesso prendere ed andarsene, tornare quando vuole; ma anche io posso cacciarla via e richiamarla quando lo desidero. Amore è anche questo: appartenersi e lasciarsi liberi.

Ho nuove consapevolezze, consapevolezze per cui penso sia stato un bene che io e la solitudine siamo diventate amiche.
Ho nuovi sogni. Ho ripreso a sognare e a sorridere con gli occhi, a vedere il mondo con gli occhi di un'innamorata. Mi ritrovo spesso a incantarmi pensando al nulla e quando me ne accorgo mi dico che sono in pace e sorrido. Sorrido con le labbra, 'sta volta,  arricciandomi il capelli. Sorrido perché sono felice. Sorrido perché ho imparato che non sarò mai la ragazza che amavo essere un anno fa. Non sarò mai più quella ragazza, sarò più vulnerabile talvolta, sarò dura con me stessa altre. Sarò una nuova persona che inizio ad amare.
Ho nuovi sogni che voglio realizzare. Ho nuove idee, progetti. Ho nuove persone al mio fianco a cui terrò la porta socchiusa: decideranno loro quando e come entrare o uscire, io sarò sempre pronta.

Non ho perso un vizio, però, quello di guardare al futuro. Ad esempio guardo già alla primavera e me la sogno. Chiudo gli occhi, e penso all'erba soffice sotto i piedi, alle nuvole come un cumulo denso di respiri profondi in un mare sospeso; tutte quelle volte che stanchi, pieni, sollevati, facciamo quel grande respiro che parte da dentro, esce caldo dal nostro corpo, e si va ad aggiungere a quello di chissà quante altre persone. Il cielo inizia ad essere affollato e quei respiri salgono, si mischiano ad altri: rabbia, frustrazione, tristezza, sollievo, felicità, accettazione e tante altre emozioni si addensano. Positive e negative talvolta minacciano i nostri cieli, talvolta li schiariscono.

Penso all'aria fresca che si respira alle sei del mattino, penso alle margheritine bruttine del parco vicino al parcheggio, penso ai bambini con le scarpette piccole piccole che corrono per strada, penso ai ragazzi nelle vie con l'ultimo tormentone che esce dal telefono, penso a quel muro dove ho dato il mio primo bacio che è un po' il muro di molti primi baci. Penso agli alberi che si fanno belli per l'estate, penso agli uccellini a cui non si fa più caso ormai, penso alle notti dove  spero di vedere almeno una stella, penso a quanto io senta la nostalgia del mare già in primavera, al gusto della fragola del primo gelato e quando ci si chiede "sarà artigianale? Perché è proprio buono.".
Penso che, alla fine, se penso a tutto questo sono felice. Penso che se sono felice è grazie a quest'anno appena passato, quest'anno orribile ma che mi ha dato tanto quanto mi ha tolto. Un po' tutta la vita è così, 'che funziona col principio della compensazione, 'che funziona con tutte le persone in questo mondo. Togliere e dare. Dare e togliere.
Un anno è passato e attendo il prossimo, per essere ancora felice, per vivere la primavera come me la sogno.

domenica 20 dicembre 2015

Recensione: Meno cinque alla felicità! di Virginia Bramati

Buongiorno, amanti della lettura.
Mancano cinque giorni al Natale, mancano cinque giorni alla felicità. Che dico? Parlo di Costanza e del suo Natale.
Vi propongo la mia breve recensione.


Titolo: Meno cinque alla felicità
Autore: Virginia Bramati
Editore: Mondadori


Trama:
Costanza Moretti, brillante giornalista in un giornale finanziario di New York, non dovrebbe farlo, e anche il suo capo (nonché amante) è molto contrariato. Ma lei ormai ha deciso: per Natale torna in Italia, a Verate. Sua mamma e sua sorella Eleonora le sembrano troppo strane al telefono, e da quando - pochi mesi fa - il papà è morto la gestione della mitica Trattoria Moretti, nel centro del paese, è tutta nelle loro mani. Non è solo la preoccupazione, però, a indurla a partire, c'è qualcosa di molto più pressante: una voce insistente che da qualche giorno la assilla, decisa a non tacere finché non avrà ottenuto ciò che vuole. Costanza quella voce la conosce bene, da sempre... è la voce di suo padre! Allucinazioni? Non si direbbe. Suo padre ha una missione segreta e lei dovrà aiutarlo a portarla a termine: entro cinque giorni, quelli che mancano al Natale! Approdata a Verate, toccherà a Costanza pensare a tutto: sua madre ed Eleonora stanno lasciando andare la trattoria, ormai servono solo il caffè e a pochi giorni dal Natale non hanno nemmeno messo mano alle decorazioni. La sola cosa di cui si sono occupate è stato allevare le solite tre oche bianche destinate a essere cucinate per il pranzo... Ma c'è un'altra sgradita sorpresa che attende Costanza: la mamma ha affittato la stanza sopra la rimessa a un uomo di cui nulla si sa se non il nome - Andrej - e il fatto che (forse) lavora come muratore, (forse) è estone e... (sicuramente!) è molto affascinante.


Recensione:
Immaginate solo per un attimo che non potete festeggiare il natale con la vostra famiglia? Deve essere proprio brutto. Se poi è il primo natale senza il papà, è ancora più brutto. Costanza infatti non è per niente felice di dover passare quei giorni lontana da casa e con quella specie di ragazzo, e capo, che trova intellettualmente stimolante. Ma perché non riesce a trovare un uomo che possa andare al di là di questo? Uno come il marito della sorella. Glielo chiede anche il padre. Il padre? Ma non era passato a miglior vita?

A quanto pare Costanza lo sente ancora, ricacciando le lacrime si fa guidare dalla voce del padre che insiste nel volerla a Verate perché la madre e la sorella stanno mandando all'aria ristorante e il Natale.
Eleonora sempre con la testa fra le nuvole e un po' sbadata che talvolta sembra scambiarsi il ruolo con la figlia Nuccia, piccola bambina curiosa, solare, intelligente e... che si è affezionata alle oche del pranzo di Natale. Ha dato loro un nome, gli racconta le storie e gioca con loro. Mica un problemino da nulla.

Ma il vero problema è la madre di Costanza che, trovandosi improvvisamente sola, si chiude in se stessa, pare alienata e il suo bellissimo sorriso che illuminava tutto si è spento. Non vuole festeggiare il Natale, non vuole occuparsene e allora toccherà a Costanza accendere lo spirito natalizio perso guidata dalle indicazioni del padre.
Tra una commissione e l'altra, il countdown per arrivare al Natale, si imbatte in Andrej, inquilino di casa di cui Costanza, a pelle, non riesce a fidarsi. Ma quegli occhioni blu le apriranno un mondo dentro di lui, le apriranno il cuore e si andrà, finalmente, oltre all' intellettualmente stimolante. Da quei cinque giorni al Natale, alla felicità.

Questa è una lettura adatta a questo periodo, perfetta per isolarsi la sera dopo uno degli ultimi giorni di lavoro, per rilassarsi dopo lo shopping pre-natalizio. Meno cinque alla felicità fa sorridere lo sguardo, fa apprezzare la famiglia anche se incompleta e, con ironia e simpatia, dà una spolverata allo spirito natalizio.
Che dite, iniziamo anche noi il nostro countdown al Natale e, alla felicità?

E poi la "felicità". Che termine impegnativo! Eppure, eppure anch'io l'ho provata. E so che può assumere forme diverse, pur restando sempre identica a se stessa. Inconfondibile.

venerdì 18 dicembre 2015

Recensione: Momenti di trascurabile infelicità di Francesco Piccolo

Buongiorno, amanti della lettura.
Di ritorno dall'esame, con la testa che scoppia, due giorni di sonno arretrato, mi sembrava il caso di parlare di infelicità. E felicità. Ma si può parlare di una senza dir nulla dell'altra?
Buone letture.


Titolo: Momenti di trascurabile infelicità
Autore: Francesco Piccolo
Editore: Einaudi

Trama:
Dopo "Momenti di trascurabile felicità", Francesco Piccolo torna a raccontare l'allegria degli istanti di cui è fatta la vita, ma questa volta prova a prenderli dalla parte sbagliata. Setacciando le giornate fino a scoprire come ogni contrattempo, anche il più seccante, nasconda qualcosa di impagabile: una scintilla folgorante di divertimento e di vitalità. Che si tratti di condividere l'ombrello con qualcuno, strappandoselo di mano per gentilezza fino a ritrovarsi entrambi bagnati fradici. O di ammettere che non ci ricordiamo più niente di quello che abbiamo imparato a scuola, che le recite dei bambini sono una noia mortale, e che non amiamo i nostri figli nello stesso modo, semplicemente perché sono diversi. Per non parlare dell'obbligo morale di farsi la doccia appena si arriva ospiti da un amico, che se ne abbia voglia o meno - in fondo soltanto per rassicurare l'altro sul fatto che ci si lava. Oppure delle persone troppo cortesi che ti tengono aperto il portone, costringendoti ad affrettare il passo. Ciascuno sperimenta ogni giorno mille forme trascurabili (e non irrilevanti) di infelicità. Ma sorge il dubbio che sia "come i bastoncini dello shangai: se tirassi via la cosa che meno mi piace della persona che amo, se ne verrebbe via anche quella che mi piace di più".


Recensione:
Dopo Momenti di trascurabile felicità, che ho adorato, mi sembrava quasi d'obbligo leggere e gustarmi anche l'altra faccia della medaglia. L'opposto della felicità. Dell'infelicità.

Quando non capisci di cosa parla una pubblicità, allora vuol dire che è la pubblicità di una macchina.

Si dice che sia più facile trasmettere emozioni tristi o malinconiche rispetto a quelle positive, per me ad esempio è così. Ma cos'è l'infelicità? Mi sembra così sbagliato associare la tristezza all'infelicità. La tristezza sembra un'emozione che arriva, ti si siede sul petto per un po' come se aspettasse una corriera, e se ne andasse.

Anche i film che ti raccontano una cosa per due ore e poi alla fine scopri che non era vero niente.

L'infelicità invece mi dà l'idea di un'inquilina che non ne vuole sapere di alzare i tacchi, un'emozione con cui dobbiamo convivere.
Al contrario della felicità, che troviamo nei piccoli gesti e attimi della giornata, come ci dice anche Piccolo, l'infelicità sembra uno status perenne.

Quest'anno è volato. Si dice tutti gli anni, alla fine dell'anno. Mi chiedo come sono gli anni lenti, che non passano mai. Perché non li ho mai vissuti.

Però Piccolo in qualche modo riesce a estrapolare a quelle giornate anche dei momenti di trascurabile infelicità, attimi rubati che non hanno le sembianze di questa ma appaiono come fastidi da grattare via, quegli episodi che ci fanno innervosire lievemente e che non sopportiamo.

Quando ti danno il resto con cinque centesimi, due centesimi, un centesimo...

La vita ne è piena, la giornata ne è piena, in qualsiasi luogo, forse più dei momenti di trascurabile felicità. Ma se quelli di infelicità sono più numerosi e a intervalli di tempo più brevi, quelli della felicità sono più rari ma appaganti, riempiono gli occhi e il sorriso, più lunghi da goderseli e più facile da ricordarli.

Quando arriva il mio piatto a tavola e quello degli altri ancora no. Mi guardo intorno, cerco di farlo notare perché aspetto che mi dicano: mangia che se no si raffredda. Ma non me lo dicono.

Eppure...

Tutte le volte che mi diranno: era meglio Momenti di trascurabile felicità.

Eppure mi sa di sì, anche a me. Infatti, se momenti di trascurabile felicità mi ha divertito e fatto tenerezza, tanto da ribattezzarli momenti di NON trascurabile felicità per la preziosità delle piccole cose a cui noi ci attacchiamo inconsapevolmente, questo libriccino è privo di quel particolare spessore letterario che caratterizza Piccolo, rendendolo quasi frivolo. Rendendolo senza spunti di riflessione, sempre confrontato al primo, solo svago e un po' di ironia in più.

mercoledì 16 dicembre 2015

Recensione: Il tuo corpo adesso è un'isola di Paola Predicatori

Buongiorno, amanti della lettura.
In questa mattinata grigia, coloro la vostra lettura di verde acqua con la recensione de Il tuo corpo adesso è un'isola. Come accennato nel riepilogo mensile, l'ho trovato insipido e, inoltre, lo consiglio in particolare a una categoria specifica di persone.


Titolo: Il tuo corpo adesso è un'isola
Autore: Paola Predicatori
Editore: Rizzoli

Trama:
Ascanio è stanco. Dei suoi amici, dei suoi genitori, di tutto, eppure vuole che nulla cambi e l'atteggiamento di indifferenza che offre a quanti lo circondano è l'unico modo che conosce per continuare a cullarsi giorno dopo giorno in un presente sempre uguale. Quando però a scuola conosce Adele, i ricordi tornano e minacciano il suo piccolo mondo tranquillo mandando in pezzi la facciata che si è costruito e che lo protegge. Sarà proprio lei a insegnargli il valore di una libertà assoluta che a poco a poco lo spinge lontano dagli altri e dai vincoli della famiglia. E poi c'è Jacopo, il fratello il cui ricordo ogni volta lo conduce verso quella parte di sé intrappolata nella memoria e mai vissuta completamente. Infine, quando tutto diventa troppo difficile da comprendere e la libertà diventa un bisogno insopprimibile, Ascanio fugge. Alla ricerca di un'isola.


Recensione:
Ci sono cose nella vita che mettono il turbo alla crescita. Ci sono cose che ci rendono grandi prima del tempo, ci rendono maturi in un corpo acido. Quelle cose che formano cicatrici che sembrano ricordare il dolore dell ferita viva. Per Ascanio, quella cosa è suo fratello Jacopo. Il piccolo, disabile sia fisicamente che mentalmente, che porta gioia in famiglia quanto dolore. La casa e i legami in famiglia iniziano a subire silenziose crepe a cui non c'è rimedio. Mamma e papà piangono e soffrono per la condizione di Jacopo, Ascanio invece ama alla follia il fratellino, senza dimostrarlo mai.

Per uscire da quella situazione trovando una soluzione diversa, si sarebbe dovuto risolvere a parlare, a dire le cose che sentiva, e invece a ogni suo tentativo il pudore che provava verso i suoi stessi sentimenti glielo impediva, offrendogli in cambio un silenzio ottuso che non serviva a niente. Parlare voleva dire tirare fuori tutto, giudicare, accusare, e dopo non sarebbe stato peggio?

È invisibile anche il suo malessere, quando Jacopo smette di soffrire e la casa e la famiglia si spezzano. I genitori si separano, anche loro silenziosamente, e Jacopo si rinchiude in una condizione di indifferenza verso qualsiasi cosa e con atteggiamento talvolta aggressivo, quasi fosse un modo per difendersi.
Difendersi dalla madre che non vuole parlare di Jacopo, come se non fosse stato dentro alla casa. Difendersi dal padre, che con dolcezza cerca di avvicinarsi a lui, una dolcezza che pare debolezza. Ascanio li disarma. Ascanio li rende vulnerabili, sa dove toccare.

- Sai cosa? -
Gli ha detto lei a un certo punto.
- E' che alla famiglia non ci pensi mai come al resto della gente fuori. Solo per il fatto che li chiami madre e padre, credi che siano migliori per forza, invece sono persone come le altre: se ci tieni, il rapporto te lo devi costruire. -

Un modo di vivere che non è tipico di coloro che hanno la sua età, quelli vicini alla maturità che fanno sesso per divertimento e prendono in giro chi invece non è come loro, come Adele. Eppure Ascanio sa fingere, sa fingere così bene che pare un ragazzo qualsiasi.
Adele però è una che come lui non ha avuto una vita facile, una giovane donna privata dall'affetto materno, una ragazza taciturna ma che quando gli parla non lo teme. Lo guarda dritto negli occhi e per una volta sola, nella sua vita, è lui che si ritrova disarmato. Le parole di Adele lo trafiggono rompendo in mille pezzi la corazza in cui è stato a lungo, si sente vulnerabile, fuori posto, si sente soffocare: vuole essere libero. Libero di essere libero.

Quando rimanevano loro due da soli sentiva che non avevano segreti da spartire, nessuna debolezza da perdonarsi: erano capaci di ferirsi, ma non di soffrire, infedeli fino alla fine alla propria giovinezza.

Ed è così che Ascanio, con qualche soldo in tasca, prende le sue cose e scappa. Scappa per essere libero. Incontra un vecchio amico e inizia la vita di un uomo, non di un ragazzino. Come dicevo, alcune cose ti fanno crescere prima del tempo. Si saltano fasi e sentimenti passando ad essere subito "grandi".

Non esisteva, in quel momento, solitudine più grande di quella che lei gli offriva, eppure sentiva il bisogno di averla vicino a sé.

Ma esiste davvero la liberà, se bisogna convivere col proprio passato? Con le noti insonni? Con i ricordo della famiglia e delle parole di Adele, che non è scappata, lei ha deciso di andare via. Si può essere liberi in un'isola?

Lui rimane in silenzio per alcuni minuti, poi socchiude gli occhi e si abbandona contro lo schienale. Ripensa a certi giorni lontani, quando il futuro non aveva ombre e gli potevi correre incontro come verso il sole.

Paola Predicatori ci racconta una storia così giovane con uno stile scorrevole e piacevole. Forse troppo giovane, per me. Ho come la sensazione che se avessi letto questo libro un po' di anni fa mi avrebbe fatto un effetto diverso, mi sarebbe sembrato meno insipido. Insipido perché la storia, pur nella sua particolarità e in questo personaggio così particolare, non mi ha trascinata, spesso resa impassibile.
Se devo consigliare Il tuo corpo adesso è un'isola, lo consiglio ai giovanissimi; non per mettere il turbo alla crescita. Giusto per crescere dentro un pochino, con un compagno come Ascanio che è tutto tranne che convenzionale.

La sua fuga non ha fatto altro che raddoppiare lo stesso vuoto, lasciandoli con un fardello già vecchio, ognuno nel proprio angolo a rigirarsi chi una foto, chi un pupazzo, o chissà quale altro cimelio. Perché niente, dopotutto, si recide strappandolo - quello è semmai il modo per rinsaldarlo con più forza, stringendolo con nuovi nodi.

lunedì 14 dicembre 2015

Recensione: Gli anni al contrario di Nadia Terranova

Buongiorno, amanti della lettura.
In questa giornata che sa di ricordi, vi lascio la mia recensione di Gli anni al contrario. Dopo molte riflessioni lasciatomi da Aurora e Giovanni, io e questo libro siamo diventati amici.


Titolo: Gli anni al contrario
Autore: Nadia Terranova
Editore: Einaudi

Trama:
Messina, 1977. Aurora, figlia del fascistissimo Silini, ha sin da piccola l'abitudine di rifugiarsi in bagno a studiare, per prendere tutti nove immaginando di emanciparsi dalla sua famiglia, che le sta stretta. Giovanni è sempre stato lo scavezzacollo dei Santatorre, ce l'ha con il padre e il suo "comunismo che odora di sconfitta", e vuole fare la rivoluzione. I due si incontrano all'università, e pochi mesi dopo aspettano già una bambina. La vita insieme però si rivela diversa da come l'avevano fantasticata. Perché la frustrazione e la paura del fallimento possono offendere anche il legame più appassionato. Perché persino l'amore più forte può essere tradito dalla Storia.


Recensione:
Negli anni dove la politica è passione, dove gli ideali sono vita e la vita è amore, Aurora e Giovanni si conoscono e si legano. Lei conosciuta come quella che prende sempre trenta e lode e lui quello che rischia di rimanere indietro con gli esami se qualcuno, come Aurora, non lo aiuta.
Non si può dire che sia stato un amore a prima vista, io due vivono un'evoluzione dei sentimenti che li fa sembrare degli adolescenti, tra libri universitari, raduni con gli altri amici sostenitori politici, baci rubati, sorrisi di tenerezza nel loro rapporto. La stessa tenerezza che dimostrano nei confronti della bimba che Aurora aspetta e, come tutti pensano, è il momento forse dove Giovanni si farà responsabile e diventerà uomo.

Non abbiamo mai usato lo stesso dizionario, Parole uguali, significati diversi. Dicevamo famiglia: io pensavo a costruire e tu a circoscrivere; dicevamo politica: io ero entusiasta e tu diffidente. Io combattevo, tu ti rifugiavi. Se non ci fosse stata Mara ci saremmo persi subito, ma almeno non avremmo continuato a incolparci per le nostre solitudini. Quando penso agli anni trascorsi mi sembra che siano andati tutti al contrario.

Aurora di fatto diventa una donna, studia, cresce la figlia e, come quasi ci si aspetta da ogni donna, sacrifica alcune cose della vita per lei. Giovanni sacrifica se stesso per degli ideali che col tempo hanno perso valore diventando obsoleti. Si lascia consumare dal nulla prima sniffando la coca, dopo bucandosi. Si lascia divorare da pensieri che sembrano rimpianti, o rimorsi. Si lascia andare all'abbandono di se stesso e Aurora in qualche modo, anche se flebile, tenta di riportarlo a sé.

Giovanni la svegliò baciandola e abbracciandola, e a lungo non ci fu altro che una stanza inondata di tenerezza. Ecco cos'è l'amore coniugale, si disse Aurora, e le fece così male che avrebbe preferito non averlo mai conosciuto.

Gli lancia una fune che porta il nome della figlia, ma troppo debole per potersi aggrappare e reggere, troppo debole per tirarlo fuori dalla sua palude di emozioni. Una palude melmosa che lo risucchia e lui sembra non voler salvarsi, troppo debole anche lui. La fune si allontana, lui la guarda andare via e si trova la sua di fune, si aiuta da solo, la trova in ragazzi come lui, ragazzi che sembrano aver perso ogni attrazione per il muoversi che c'è fuori a quella comunità. Giovanni finalmente si sente al sicuro, se non che ora c'è qualcos'altro che lo divora da dentro.

Non è la lettera che avresti voluto. Neanche io sono quella che avrei voluto, essere viva è un miracolo pure per me. In passato non ho avuto la tua debolezza ma ora vorrei il tuo coraggio.

Dopo così tanto tempo, ho potuto leggere Gli anni al contrario scoprendo la Terranova. Ammetto però che, come accennato nel riepilogo mensile, subito finita la lettura non sapevo che legame avessimo io e il libro. Amici o nemici? Comunque sia, Aurora e Giovanni ormai chi se li scorda? Chi scorderà mai i loro pochi ma significativi dialoghi? Chi scorderà mai i loro anni al contrario. Ecco, io e loro due siamo come quegli amici che legano intensamente per un breve periodo della vita e che dopo, per alcune circostanze di questa, si allontanano. Eppure c'è quel ricordo caldo di quell'amicizia breve e intensa, quel mezzo ricordo nel constatare che non si è dimenticata. Gli anni al contrario ed io siamo così, ecco.

Metti insieme sue cose che insieme non sono mai state. E il mondo cambia. Sul momento è possibile che la gente non se ne accorga, ma non ha importanza. Il mondo è cambiato lo stesso.

venerdì 11 dicembre 2015

Recensione: Ritratto di Jennie di Robert Nathan

Buongiorno, amanti della lettura.
Vi propongo la recensione di un libro degli anni quaranta, che ha ispirato anche l'omonima pellicola cinematografica, ripubblicato dalla neonata Atlantide Edizioni. Una casa editrice romana dal nome che fa pensare al gelo ma dallo staff caloroso, pronta a stupirci con le sue caratteristiche: un numero prefissato di uscite annuali, titoli particolari, distribuzione nelle librerie indipendenti, qualità nel contenuto, qualità fisica e altro ancora. Atlantide Edizioni si butta in quest'autunno nell'editoria e lo fa con il bel Ritratto di Jennie, una sorpresa che molto difficilmente dimenticherò.


Titolo: Ritratto di Jennie
Autore: Robert Nathan
Editore: Atlantide Edizioni


Trama:
Una sera mentre sta tornando a casa attraverso Central Park, Eben Adams, giovane e sfiduciato pittore, incontra una bambina vestita in modo antiquato che gioca a campana. Jennie sembra essere lì da sola e per qualche motivo inizia a camminare insieme ad Eben e a parlare con lui. Quando l’uomo le chiede quale sia il suo desiderio più grande, la bimba, in modo candido e misterioso, risponde semplicemente: “Vorrei che tu aspettassi che io diventi grande”. Eben non può certo saperlo, ma da quel momento la sua vita e il suo modo di vedere il mondo cambieranno per sempre e lui scoprirà cosa significa essere un artista e, soprattutto, cosa significa amare. Ritratto di Jennie, capolavoro dimenticato della letteratura americana del Novecento, è la storia meravigliosa di un amore che sfida il tempo e la morte, uno dei romanzi fantastici più originali mai scritti e una toccante riflessione sulla natura dell’amore e sul destino. Pubblicato originariamente nel 1940, Ritratto di Jennie fu portato al cinema alcuni anni dopo da William Dieterle e interpretato da Joseph Cotten e Jennifer Jones. Sia libro che film ancora oggi mantengono un fascino quasi sovrannaturale, una bellezza fuori dal tempo. 


Recensione:
Adams è un giovane artista che vuole vivere di questo. Tempo fa era così: si viveva di passione. Dipingere e scrivere erano le uniche ragioni di vita, non erano seconde professioni, non erano luoghi precari. Si faceva la fame per vedere la propria opera pubblicata o esposta. Come Adams, sempre in ritardo con l'affitto e la speranza sulla soglia minacciosa di volerlo lasciare. Dipinge paesaggi nella solitudine del suo appartamento, e li propone al Mr Mathews che sembra accettarli solo per trattenere ancora quella speranza lì, come se un po' credesse in questo giovane pittore ma non si volesse esporre troppo al rischio.

Hai presente come a volte ti senti triste per qualcosa . per delle cose che non sono ancora avvenute. Forse queste cose sono destinate ad accadere. Forse noi lo sappiamo, ma non ci spaventa ammetterlo.

Tutto piatto e uguale per Adams, fino al giorno in cui si il destino fa una deviazione e incontra quello accelerato di Jennie. Una ragazzina dagli abiti che sembrano provenire da un libro di storia e che gioca a campana, anche lei avvolta nella solitudine.
Jennie ipnotizza Adams con il suo modo di fare così confidenziale e così in bilico tra reale e irreale, lo tiene per mano e pronuncia desideri che non si potrebbero realizzare. Come ad esempio quello di aspettarla mentre cresce, in modo da avere la stessa età. Eben sorride dell'ingenuità della bambina ma ne rimane anche turbato, tanto che sovrappensiero ne fa uno schizzo su un foglio.

A volte nella tarda estate o nel primo autunno c'è un giorno più bello di tutti gli altri, un giorno perfetto, così puro che il cuore ne rimane estasiato, sospeso in una specie di sogno, preso in un incantesimo oltre il tempo e lo scorrere delle cose.

Questo disegno accennato ma che evoca il passato, viene apprezzato da Mr Mathews e dalla titolare della galleria d'arte tanto da dare una spinta alla speranza di Eben e da chiuderle la porta dietro ricacciandola dentro, pronta ad illuminargli il cammino.

La sua assenza rendeva l'intero mondo intorno a me stranamente vuoto - silenzioso e vuoto, come la cassa di legno di un violino sul quale non si suoni più nulla. Una sola nota lo riporterebbe alla vita; una sola nota ne farebbe di nuovo uno strumento musicale. Ma la nota non viene suonata; nessuno lo tocca. E così resta una scatola vuota.

I giorni passano per Eben nell'attesa del ritorno di Jennie per cui, invece, sembra che passino gli anni. Da bambina si fa ragazzina e da ragazzina si fa donna, scatenando l'amore nel petto di Eben. Tutto sembra così irreale, il tempo che corre per Jennie per esaudire il suo desiderio, il modo in cui scompare, il modo in cui fa diventare un vero artista Eben. Sarà reale, Jennie?

A volte bisogna credere in ciò che non si riesce a capire. Questo è il metodo tanto dello scienziato, quanto del mistico: di fronte a universi immensi e infiniti, lo accetta, anche se non è in grado di immaginarlo davvero. Perché nella nostra mente non c'è nessuna immagine di ciò che è infinito; da qualche parte, all'estremo limite del pensiero, inevitabilmente ne tracciamo un fine.

Una storia pubblicata negli anni quaranta ma dal sapore moderno e dalla scrittura moderna. Una storia d'amore che si confonde tra realtà e non realtà. Un'atmosfera dominata da una nebbiolina, che crea quel fascino e quel mistero alla Zafòn, oltre a far cadere la narrazione in un romanticismo lieve e casto. Un romanticismo d'altri tempi, un romanticismo da poesia.

E se domani svanisse nella tempesta? Se il tempo si fermasse? Rimarremmo schiacciati, frantumanti dall'eternità, da un presente per sempre immobile e sfuggente. E il passato, se mai smarrissimo la nostra via nella tempesta, troveremmo di nuovo il passato di fronte a noi, dove pensavamo sarebbe sorto il sole di domani.

Ritratto di Jennie è un libro che si prende in prestito la mente del lettore per trasportarlo nelle vite di Ebene e Jennie, rendendolo bramoso di scoprire il come e il perché, di scoprire se si tratta di realtà o di fantasia folle di un giovane pittore.
Le parole di Nathan a tratti sono così poetiche che sembrano cullare il lettore in questa New York che, nonostante lo scorrere delle stagioni, dà la sensazione di essere perennemente in autunno e che avvolge il lettore nella calda narrazione.
Ritratto di Jennie è stata una sorpresa e, per chi non ama le sorprese come me, aggiungo che è stata una bella sorpresa.

Anno dopo anno la primavera arriva, aveva detto lei, e domani è sempre. Quando infine non c'è stato più domani, mi è restato da ricordare l'ieri. Anche ieri è sempre.

giovedì 10 dicembre 2015

Recensione: Io sono di legno di Giulia Carcasi

Buongiorno, amanti della lettura.
Dopo tanto tempo finalmente sono riuscita a scrivere la recensione del libro più bello letto nel mese di novembre.
Io sono di legno è speciale. Speciale perché ero per la prima volta in vita mia a quella bancherella dei libri usati, a Genova, e quando l'ho visto l'ho preso senza pensarci. Anche se sembrava sopravvissuto a una guerra, anche se le pagine erano dure e a metà sembrava spezzato, per me era vissuto. Come il legno. Il legno che resiste e che per alcuni diventa anche antico e pieno di fascino.
Il libriccino della Carcasi per me è così: è meraviglioso, e quelle pagine adesso custodiscono anche un mio ricordo. Non potrei amarlo di più.


Titolo: Io sono di legno
Autore: Giulia Crcasi
Editore: Feltrinelli

Trama:
Una madre e una figlia. La figlia tiene un diario e la madre lo legge. Alla storia di anaffettività, di sentimenti negati o traditi della giovane Mia, Giulia risponde con la propria storia segnata da quell'"essere di legno" che sembra la malattia, il tormento di entrambe. È come se madre e figlia si scrutassero da lontano, o si spiassero, immobilizzate da una troppo severa autocoscienza. Bisogna tornare indietro. E Giulia lo fa. Torna a riflettere sulla giovinezza ferita dall'egoismo e dalla prepotenza di una sorella falsamente perbenista, sul culto delle apparenze della madre e sul conforto che le viene da una giovane monaca peruviana, Sofia. Torna a rivivere i primi passi da medico, fra corsie e sale operatorie, il matrimonio con un primario, la lunga attesa di una maternità sofferta e desiderata. Più la storia di Giulia si snoda nel buio del passato, più affiorano misteri che chiedono di essere sciolti. E il legno si ammorbidisce. Ma per madre e figlia l'incontro può solo avvenire a costo di pagare il prezzo di una verità difficile, fuori da ogni finzione.


Recensione:
Giulia Carcasi è una maga. Una maga delle parole. Con poche di queste, ma misurate quanto basta, riesce ad incantare il lettore e far apparire un velo di lacrime timorose agli occhi. Dopo Tutto torna, Giulia Carcasi torna con un gioiellino di poche pagine, come ci ha abituati. Non ci ha abituati però a quello che c'è dentro, al suo modo di catturarci e di farci emozionare: ogni volta è come se fosse la prima volta. Come quando guardiamo la persona che amiamo e sentiamo ancora il batticuore, come se fosse la prima volta. Sempre, la prima volta. La Carcasi ci regalata una pallottola.

Ci sono poesie che andrebbero messe in tasca, per tirarle fuori quando servono. Ci sono poesie che andrebbero caricate come pistole, per premere il grilletto e ammazzare il dolore che, se rimane inspiegato, cresce.

La storia questa volta è diversa dalle precedenti, con protagoniste donne di tutte le età e della stessa sfera emotiva: la famiglia. La famiglia che non possiamo scegliere, ma che dobbiamo amare a prescindere. Il nostro primo punto di appiglio, ma anche l'ultimo: nasciamo in una famiglia e desideriamo morire circondati dalla famiglia. E non importa se non si va d'accordo, lei è sempre lì. Ma ciò che è veramente immortale è la regina del legame famigliare, quello tra madre e figlia.

Mia madre invece è una donna concreta, passa le sue giornate a fare. Io sono il rovescio di lei.
Lei ha la risposta pronta, io la domanda.
Lei ha i piedi di piombo, io di aria.
Lei sta in equilibrio, io casco di continuo.
Io sono lei capovolta, lei a testa in giù.

Giulia e Mia, così vicine ma così lontane. L'una scivola via dall'altra, senza sfiorarsi mai. Senza che i loro sguardi si incontrino o le loro parole siano dette ad alta voce. Senza carezze gentili o sorrisi teneri. Tutto tace. Tutto è immobile. L'unico a parlare è il diario di Mia, che Giulia si mette a leggere e non fa a meno di trovare una falla, di trovare la figlia che sembra non aver mai conosciuto, ma in un certo senso trova anche se stessa in quelle pagine.

Chi mi conosce lo sa, non mi piace scrivere.
Scrivere è qualcosa di intimo, più intimo del sesso, quello si fa uno incastrato nell'altro, si fa senza studiare il corpo che si ha di fronte, dentro.
Scrivere è spogliarsi di fronte a qualcuno, lasciarsi guardare così, nudi e in piedi, pieni di difetti di carne.
Ho scritto sempre poco, frasi corte: salto da un ricordo all'altro, rincorro pensieri ogni volta diversi, e a inseguire mille farfalle non se ne acchiappa una.

Pagine che al tocco rievocano ricordi di lei e dei legami con la madre, la sorella che era per lei il punto di riferimento, quella da perdonare perché il proprio sangue si perdona sempre, dice sua madre. E dalla madre eredita l'inaffettività che trasmette a Mia e a cui deve la rilevazione di un segreto che potrebbe o avvicinarle, o allontanarle definitivamente. Due donne di legno: Giulia e Mia.

La ceramica si rompe, fa subito mostra dei suoi cocci,
Il legno no, finché può nasconde, si lascia torturare ma non confessa.
Io sono di legno.

Giulia Carcasi mi emoziona ancora. Mi colpisce dritto al cuore e mi fa apprezzare la letteratura italiana. Giulia Carcasi mi cattura, mi riempie di emozioni e mi lascia attaccata a quelle pagine. Dopo aver letto Io sono di legno mi sono soffermata a pensare al libro in generale e mi sono stupita di quanto mi fossero rimasti impressi molti passaggi. Io, semplicemente, ho amato questo libro e lo consiglio a chiunque. Di cuore.

La verità è bicolore.
Non ci stanno tinte di mezzo, non ci stanno i compromessi del grigio, il carnevale del blu, del rosso e del giallo.
L'ho imparato quando ho messo a stendere le parole nere sul foglio bianco e la verità le ha asciugate.

lunedì 7 dicembre 2015

Recensione: Non luogo a procedere di Claudio Magris

Buongiorno, amanti della lettura.
La guerra non piace a nessuno, e ogni volta che vediamo documentari, leggiamo libri di quest'argomento facciamo un sospiro di sollievo. Siamo tristi, certo, ma reagiamo così perché ci ricordano coloro che dicono che sono più di sessant'anni che il mondo non cade in una guerra mondiale. In fondo, però, sappiamo che in tutto il mondo, come schizzi di colore grigio su una tela, ci sono sempre le guerre.
Claudio Magris ci parla di guerra in generale con Non luogo a procedere, e io vi parlo di quest'ultimo.


Titolo: Non luogo a procedere
Autore: Claudio Magris
Editore: Garzanti

Trama:
In questo romanzo, l'autore Claudio Magris si confronta con l'ossessione della guerra di ogni tempo e paese, quasi indistinguibile dalla vita stessa: una guerra universale, rossa di sangue, nera come le stive delle navi negriere, blu come il mare che inghiotte tesori e destini, grigia come il fumo dei corpi bruciati, bianca come la calce che copre il sepolcro. Non luogo a procedere è la storia di un grottesco Museo della violenza, delle sue sale e delle sue armi ognuna delle quali racconta vicende d'amore e delirio, e dell'uomo che sacrifica la vita alla sua maniacale costruzione; è la storia di una donna erede dell'esilio ebraico e della schiavitù dei neri; è la storia del mistero di un delitto rimosso tra le mura del forno crematorio nazista della Risiera di San Sabba, a Trieste.


Recensione:

Sono nati i soldatini a farmi capire che bisogna abolire la guerra e che l'unico modo di riuscirvi è giocare alla guerra. Giocare per non farla; soldatini contro soldatini.

La trama dice che Claudio Magris si confronta con l'ossessione della guerra attraverso un personaggio realmente esistito, Diego de Henriquez, che ha collezionato materiale bellico, armi, arsenali, fucili, cannoni. Tutto questo non come sostenitore della guerra, ma come per lasciare un'eredità alle generazioni future, come per tenere viva l'idea che la pace è la serenità dell'umanità, l'unica parola al mondo a non dover averne una contraria.

La morte si addice ai musei. A tutti, non solo a un Museo della Guerra. Ogni esposizione - quadri, sculture, oggetti, macchinari - è una natura morta e la gente che si affolla nella sale, riempendole e svuotandole come ombre, si esercita al futuro soggiorno definitivo nel grande Museo dell'umanità, del mondo, in cui ognuno è una natura morta. Facce come frutta seccata dall'albero e poggiata recline su un piatto.

Claudio Magris ci fa leggere anche di Luisa, la donna che ha il compito di riprogettare il museo della guerra, i reperti di quest' uomo, le sue lettere. Lo stesso museo che rappresenta le atrocità umane, il silenzio tombale legato all'uccisione di persone nell'unico campo nazista in Italia, senza indignazione mentre, ad oggi, sembra che la guerra e le sue conseguenze siano finite nel dimenticatoio. Si dice che la storia serva per non dimenticare, ma l'odio delle persone e spesso l'ignoranza, portano ad un'amnesia dell'umanità. La guerra diventa lo strumento di controllo e di ripristino di questo.

Comunque i libri sono libri, pure quando sono stupidi; sono sempre buone armi e non solo grazie a quei loro dorsi pesanti e taglienti con cui si può rompere una testa. Bisogna sempre rispettarli e proteggerli, i libri. Anche quelli che non piacciono.

Ci vengono presentante le sale del museo e ognuna di queste è un pezzo di storia, con termini e nomi di arsenali, ci rendiamo conto di dove sia arrivata la razionalità pratica dell'uomo e la freddezza delle armi ha preso posto alle tragedie che si era promesso di non rivivere. Spesso si danno nomi diverse alle cose e ai fatti, derivanti da cause differenti, ma la madre di così tante parole superflue e di un ricco dizionario, è solo una: Guerra.

Come la morte, che non è affatto secca, bensì grassa e non è strano, ingorda com'è.

Non luogo a procedere è un libro importante, denso, erudito. Forse troppo erudito, tanto da rendere la lettura pesante e quasi faticosa.
Gli eventi della guerra, com'è normale, rendono l'atmosfera del romanzo grigia e rilascia inquietudine che fa sì che il lettore spesso si prenda delle pause dalla lettura.
La scrittura di Magris è elegante, da penna stilografica nera, di lusso, di altissimo livello letterario; e proprio per questo non è da tutti. Non è per tutti. Io sono tra quelli.

A casa, scrive, quando ero piccolo si usava far giocare i bambini alla battaglia navale di Lissa e lui, che giocava accanitamente tutto il giorno, sosteneva che quei giochi - le barchette affondate nel laghetto nel giardino, i soldatini di cartapesta finiti a consumarsi nell'acqua - gli avevano aperto gli occhi sulla necessità di eliminare la guerra.

sabato 5 dicembre 2015

Penne tricolore: Coincidenze e note musicali.

Buonasera, amanti della lettura.
Mi leggete a quest'ora insolita, rispetto alle abitudini, per parlarvi della nuova creatura nata dalla penna tricolore Giada Bafanelli Questa volta la blogger de Pagine magiche si allontana dall'urban fantasy e si butta su un genere del tutto diverso.

Quali sono tre emozioni che regalerai ai tuoi lettori?
Giada ha risposto:
Con questo romanzo spero di regalare ai miei lettori romanticismo, rivincita e un pizzico di dolcezza.


Titolo: Un altro domani
Autore: Giada Bafanelli
Editore: Autopubblicato
Prezzo: 0,99
Pagine: 153
ASIN: B018CR93P0
Data di pubblicazione: 9 dicembre 2015
Già disponibile per la prenotazione su Amazon

Trama:
Il sogno di Liv è sempre stato quello di diventare una cantante professionista. Eppure, nonostante gli anni spesi a studiare al conservatorio, sembra che la sfortuna la perseguiti: ha solo tre allieve, sua madre la disprezza e il famoso mezzosoprano Elizabeth Night non sembra affatto colpito dalla sua voce. Dopo che anche il fidanzato la lascia, il piccolo porto sicuro che Liv si era creata sembra andare in pezzi. 
Soltanto Ethan, un ragazzo conosciuto per pura coincidenza, sembra capirla fino in fondo. 
Tra litigi, parole non dette e incomprensioni, saranno le note di una canzone a decidere il destino di Liv e Ethan.

venerdì 4 dicembre 2015

Giveaway "La risposta è nelle stelle" - Il vincitore!

Buonasera, amanti della lettura.
Dopo una lunga giornata sono qui a comunicarvi il vincitore del giveaway iniziato il 10 di novembre e terminato due giorni fa.


Grazie
Vorrei ringraziare di cuore Lou, la mia fantastica amica da tanti anni e che ormai reputo indispensabile nella mia vita. La ringrazio anche per aver messo in palio il suo libro quel giorno al bar, sorridendomi con le labbra e gli occhi.
Ringrazio anche tutti i partecipanti che non si sono sentiti disincentivati nel rispondere a una domanda che in qualche modo è personale. Grazie per aver ricordato e condiviso con noi momenti belli e momenti brutti, volti di persone che non ci sono più, luci che vi hanno indicato il cammino quando tutto era buio, paure che sembrano superate ma sempre pronte e tornare. Grazie a tutti.

Il vincitore
Come da regole  e disponibilità materiali il vincitore è uno e, infatti, dopo una conversazione che immaginavano potesse durare tutta le sera, si è risolto tutto in pochi minuti ed è stato deciso il vincitore.


Di seguito la risposta di Noemi.

E se dico stelle, tu che mi dici?
Bella domanda!
Se dici stelle io penso a quanto sarebbe spento e triste il cielo senza di esse, a come così relativamente piccole rispetto all'intero universo siano in grado di brillare e di rendere il cielo unico.
Ma lo immaginate un cielo senza stelle?
Sarebbe come un musicista senza il suo strumento, come un bottone senza l'asola, come uno scrittore senza penna. Un cielo senza stelle è semplicemente un enorme, gigantesco foglio nero come la pece, senza un volto e privo di significato perchè quei puntini luminosi che noi quaggiù guardiamo ormai come fossero la cosa più semplice del mondo, donano all'intero complesso una forma, un colore. Se dici stelle io penso al loro fascino, a quanto sarebbe bello poter avvicinarsi per studiarne a pieno la bellezza. Le stelle affascinano e il fatto che noi da qui vediamo solo un piccolo puntino luminoso, lascia spazio all'immaginazione. Sta di fatto che noi uomini, scrittori e sognatori, immaginiamo ed illustraimo le stelle nelle forme più disparate perchè ognuno di noi ama vederle con i propri occhi e non con quelli della scienza. 
A noi non importa affatto se, come la scienza afferma, la stella è un corpo celeste che brilla di luce propria, no. Se abbiamo perso un caro e guardiamo il cielo, la stella più luminosa ha il suo viso. Se siamo innamorati amiamo stare abbracciati a guardare le stelle. Se vogliamo esprimere un desiderio guardiamo le stelle e aspettiamo impazienti che ne cada una proprio dinanzi al nostro sguardo. Quant'è meraviglioso poter immaginare! 
E soprattutto quanto è meraviglioso poter guardare le stelle e immaginare che tutti, in ogni porzione di mondo, anche in quelle più remote, stanno guardando lo stesso cielo e che solo questo piccolo gesto ci accumuna tutti e ci unisce al di la del sesso, colore e religione. E' fantastico poter credere nel potere delle stelle, che sia questo benevolo o avverso. 
Chi nella proprio vita non ha mai detto: Portami su una stella!
Si, perchè chi è innamorato immagina il poter trovarsi insieme su una stella, come il posto più romantico che ci sia. Non accontentatevi mai di ciò che la scienza afferma. E' giusto conoscere la verità sul mondo che ci circonda ma è anche giusto poter mettere da parte quello che è il vero e l'ordinario e immergersi in un mondo magico dove è vero solo quello che tu immagini sia possibile, dove puoi credere che le stelle possano in qualche modo avere un'anima propria ed essere in grado di aiutarci! Osservate il mondo con gli occhi dei bambini. Quello è la maniera più sincera per vedere il bello anche nelle piccole cose!


Io e Lou abbiamo amato la risposta di Noemi. Congratulazioni e grazie per averci emozionato! Entro la fine della sera Noemi verrà contattata da me.

Facciamo un abbraccio di gruppo e, come sempre, buone letture! :)

giovedì 3 dicembre 2015

Recensione: I miei genitori non hanno figli di Marco Marsullo

Buongiorno, amanti delle lettura.
I genitori spesso sono severi con se stessi e. quando ci sono situazioni spiacevoli riguardanti i figli, sono i primi che si incolpano per queste, i primi che ne soffrono. I primi ma non gli unici, dimenticando che sono umani.


Titolo: I miei genitori non hanno figli
Autore: Marco Marsullo
Editore: Einaudi

Trama:
"Ci sono figli di colleghi di mia mamma più bravi di me in qualsiasi cosa, più educati, meglio pettinati, meglio vestiti, più svegli, affettuosi. Ci sono figli di colleghi di mia mamma che, forse, sono anche più figli di mia mamma rispetto a me". Un diciottenne prende la parola e fa a pezzi il mondo degli adulti, e i propri genitori, smascherando la fragilità di una generazione che non è mai davvero cresciuta. Del resto i genitori sono uguali ai bambini, bisogna prenderli come vengono. Una commedia divertente, corrosiva e tenera, sghemba come tutte le famiglie, dove bisogna adattarsi "l'uno alla forma sbagliata dell'altro per non sparire del tutto".


Recensione:
In un giorno pienissimo decido di leggere un libro breve, ironico e senza trama. La scelta cade su I miei genitori non hanno figli perché sembra ironico e in qualche modo mi ricorda un po' Gli sdraiati di Michele Serra, dove i figli sono tutti sul divano con la Tv accesa, il portatile sulle gambe, le cuffie nelle orecchie, e il telefono in una mano. Un visione generale dei ragazzi da parte di un genitore che pensa che la genitorialità sia fallita, perdendo il suo potere.
Questa volta abbiamo Marco Marsullo che attraverso gli occhi di un figlio osserva i genitori e mette in risalto le loro debolezze e fragilità, il loro impegno e il come i figli siano l'essere dei genitori, il loro riflesso. Questo non è un romanzo, è una specie di saggio, e di conseguenza io non so come recensirlo. Per questo motivo vorrei utilizzare alcuni passaggi del libro e alcune parole del protagonista che non ha un nome, ma che possiamo chiamare il Figlio, dato che rappresenta tutti noi che siamo figli, al di là delle generazioni, noi parliamo dei figli e di conseguenza dei genitori di questi.

Diciamo che ormai ci ho fatto l'abitudine e ho capito una grande verità: non per forza le cose dolorose nascondono conseguenze negative.

Se prima essere figli di divorziati o separati era un grande tabù, un dolore inimmaginabile che si preferiva tacere o non ascoltare, ora l'argomento sembra essere di tutti giorni. Del resto la percentuale delle persone che si sposano è pochissima, come se non si credesse più nel valore della famiglia su carta, e la percentuale dei divorzi è altissima, tanto da scoraggiare la prima categoria. Dunque i figli dei divorziati non sono più dei poveracci da etichettare come orfani della genitorialità. Il Figlio quindi pensa che il divorzio non sia una cosa negativa, in fondo. I suoi genitori non erano più felici e sarebbe stato più doloroso vivere con loro due e le loro accuse reciproche.

Ci sono figli di collegi di mia mamma più bravi di me a fare qualsiasi cosa. Dal tradurre le versioni di Latino al pisciare centrando la tazza, dall'andare a dormire presto al risolvere le equazioni di secondo grado. Figli di colleghi di mia mamma più educati di me, meglio pettinati di me, meglio vestiti, più sorridenti, più seri, più diligenti, svegli, affettuosi. Ci sono figli di colleghi si mia mamma che, forse, sono anche più figlia di mia mamma rispetto a me.

Il Figlio del 2016 è il figlio nullafacente, il disoccupato non dal punto di vista del lavoro, ma da quello della vita. A chi non è mai capitato che i genitori gli dicessero che gli altri sono migliori? I figli delle amiche, ad esempio. Il Figlio si vede presentare a queste da sua madre con un "Lui è mio figlio, è stato bocciato al primo esame universitario". Come se volesse liberarsi dalle responsabilità dei fallimenti dei figli, e invece di spronarlo, gli parla del figlio dell'amica X che fa questo e quello e che lui deve darsi una svegliata.

Il silenzio è la peggiore arma di distruzione (familiare) di massa mai inventata.

Il Figlio deve decidere l'università da cui dipende, molto probabilmente, il suo futuro. Una scelta che, a meno che uno non sia sicuri da tempo di cosa si vuole fare, ha bisogno di essere presa con il dialogo con i genitori. Eppure siamo agli inizi dei settembre e la madre mentre cerca le chiavi dell'auto in borsa gli chiede se ha deciso, senza realmente interessarsi alla risposta del figlio, perché è sempre stato così per loro: prendere le decisioni alla scadenza per evitare lunghe conversazioni e confronti.
Il padre invece, più o meno, dà attenzioni alla risposta del figlio: "se fai giurisprudenza conosco qualcuno nell'ambiente, anche se fai veterinaria. Però sbrigati a laurearti, eh", o qualcosa del genere.
Il silenzio non è solo meccanismo di difesa, ma anche d'attacco, e infatti quando il Figlio viene bocciato al primo esame universitario la madre non gli parla per giorni, come per punirlo.

Le intenzioni dei genitori sarebbero favolose, se non fossero le loro. Alla fine sono esseri umani come noi; deve essere spiazzante smettere di esistere solo come essere umano e diventare a un certo punto genitore. Per questo fanno errori che agli esseri umani comuni, di norma, vengono perdonati, e a loro no. Perché, qualsiasi cosa ti succeda dal giorno in cui sei nato,bella o brutta, è soltanto a causa loro.

Inutile parlare delle intenzioni dei genitori, che sono anche loro essere umani e come tali meritano il perdono e la comprensione che si dà anche ai non genitori. La madre che cerca di colmare i suoi vuoi interiori con viaggi spirituali con degli pseudo sciamani e con uomini che che non la meritano. E poi il padre, che colma il silenzio che cade tra di lui e il Figlio iniziando monologhi sulla caccia e sui cani che sembra amare più del figlio.
Il libretto di Marco Marsullo è un gioiellino che fa sorridere e pensare, nella sua semplicità. E proprio questa fa apprezzare la propria famiglia che, nonostante tutto, è pur sempre la famiglia.
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