Recensione: Finché notte non sia più di Novita Amadei

Buongiorno, amanti della lettura.
Oggi vi propongo la mia opinione su Finché notte non sia più, un libro su cui avevo alte aspettative e che alla fine è stata solo una piacevole lettura, nulla di indimenticabile.


Titolo: Finché notte non sia più
Autore: Novita Amadei
Editore: Neri Pozza
Prezzo: €16.50
Data uscita: 3 novembre 2016

Trama:
All'alba di un nuovo anno, Caterina giunge in Francia dove sua zia Liliana si è stabilita dopo il fatale incontro con un turista francese. Nel borgo, antico come un aratro, sembra che il tempo non calchi mai la mano: campi coltivati a orzo, frutteti per trarvi conserve e marmellate, forni a legna dove cuocere il pane dal sapore acidulo del lievito madre, tutto sembra ubbidire a un placido scorrere degli anni e delle ore. Capelli biondo ruggine e, dipinta sul volto, la bellezza senza compromessi della gioventù, Caterina ha lasciato Roma, con i suoi androni scrostati e le strade chiassose, per sfuggire all'abbraccio soffocante di sua madre e trovare la propria via nel mondo. Conclusi gli studi, ha raggiunto zia Liliana con la prospettiva di un lavoro in un poliambulatorio e l'idea di dare una mano nella conduzione del Liliane Coiffure, un lindo salone di parrucchiera dalle poltroncine viola che la zia ha aperto in quel borgo nel sud della Francia. Un giorno capita nel salone un vecchio signore con una massa scompigliata di capelli e una mano tremante abbandonata lungo la gamba. Si è ferito alla fronte nel tentativo di accorciarsi da solo i capelli, ed è in imbarazzo tra quelle poltroncine viola, i vasi di ranuncoli e le riviste di moda impilate negli angoli. Fuggirebbe, se non fosse per l'accoglienza che gli riserva Caterina, che si prende subito cura di lui. Come due anime che si sfiorano e si riconoscono, Caterina e Delio, il vecchio signore, comprendono all'istante che il filo del destino li unisce. La sera stessa la ragazza riempie una valigia e si stabilisce nel casolare accanto alla casa di Delio. Il vecchio vive solo, circondato da una terra dura, con malerbe che crescono ovunque e cumuli di sterpaglie affastellati lungo i camminamenti dell'orto, quell'orto che sua moglie Teresa coltivava con cura prima che la malattia se la portasse via. Caterina non tarda a capire che un'altra mancanza grava sul cuore malandato del vecchio: Daniele, il figlio che la foto sulla credenza raffigura come un giovane uomo prestante, coi capelli un po' lunghi e un'aria sfrontata, è assente da casa da più di quattro anni. In paese, dove tutti parlano di lui e qualche ragazza lo nomina con il rimpianto di una ex innamorata, si sussurra che una grave offesa l'abbia spinto a rifiutare ogni contatto col padre. Quando, però, dopo una caduta, Delio cede alla vecchiaia e si mette a letto col volto scavato dalla stanchezza della vita, Daniele compare sull'uscio di casa. E Caterina, tormentandosi una ciocca di capelli, lo accoglie con un sorriso di disagio, il cuore impazzito.


Recensione:
Da sempre ho un debole per i personaggi che si lasciano vivere, quelli "Joyceniani", che poi nelle ultime pagine del libro se la fanno scivolare via per riscattarsi e ribellarsi a quella corrente che li trascina con apatia.
Come Caterina che cresce in un salone per parrucchiere in mezzo ai pettegolezzi, al profumo di balsami e creme per capelli e che, senza volerlo, influenzeranno la sua vita. La madre, infatti, ha il desiderio di molti genitori, quello di far ereditare ai figli quello che loro hanno costruito nella vita, come fossero un prolungamento della loro. Caterina, però, in un gesto di ribellione decide di rifiutare questa eredità e, per uno strano gioco del destino, si ritroverà a fare tutt'altro come infermiera; e per fuggire dall'ombra dei sogni della madre decide di andare dalla zia Liliane in Francia a lavorare per un anno.

Caterina si addormentò, custodita da un irragionevole senso di sicurezza, una sensazione che avrebbe provato tutte le notti che avrebbe trascorso lì, anche se quella casa stava in mezzo alla solitudine dei campi e il proprietario era malato di malinconia.


Arrivata lì si scontra con un paesino piccolo dove le voci girano, tutti conoscono tutti e, tra una lezione privata di francese e l'altra con un appassionato ex professore, incontra Delio. Un anziano signore che nasconde con poco successo un passato denso e una malattia che avanza. Caterina si fa una promessa tacita, quella di prendersi cura di lui e dell'amico a quattro zampe che sembra aver visto giorni migliori esattamente come il padrone.
Così procede Finché notte non sia più, con lentezza e senza un un ritmo incalzante. Caterina che si prende cura di Delio, Daniele il figlio dell'anziano e che non vuole perdonare per una decisione del passato e che, come la protagonista, si lascia vivere senza prendere possesso realmente della propria vita. Due anime simili, troppo simili, che si incontrano e si scontrano, con dubbi e punti interrogativi, tra tentativi di evitarsi e attrazione, con il bisogno di fuggire e tornare alla propria stabilità emotiva e il desiderio di rendersi forse e finalemente felici.

Probabilmente neanche lui si sarebbe aspettato di diventarne parte integrante, con quel suo procedere per sottrazione. Non era stato in grado di prevedere che l'economia di parole pagasse più del loro eccesso, che le terre lasciate all'incuria fossero ricche quanto i campi coltivati e che il vuoto potesse diventare pieno.

Finché notte non sia più racconta una storia che, seppur piacevole, manca di qualcosa: manca di una passione essenziale per libri del genere, quelli che raccontano il ciclo di vita emotivo delle persone., manca la passione delle emozioni e delle parole che le descrivono. Le parole scorrono e la sensazione di questa mancanza mi accompagnava fino a quando non l'ho incontrata nelle ultime pagine, letteralmente. Così tanto potenziale per una storia che ero sicura avrebbe lasciato il segno, ma non sfruttato abbastanza rendendo la lettura solo ordinaria e e il ricordo non indimenticabile.

La felicità basta a se stessa, si diceva invece Caterina chiudendo il salone, la felicità è scandalosa, arrogante, naive, immortale. La felicità è un privilegi. [...] Esagerata, la definiva quella felicità, spudorata, gialla, affrettata, indescrivibile, sconosciuta.

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