sabato 30 luglio 2016

Recensione: L'ultimo battito del cuore di Valentina Cebeni

Buongiorno, amanti della lettura.
Oggi vi propongo la mia recensione poco positiva dell'esordio di Valentina Cebeni, che ho già avuto il piacere di scoprire in "La ricetta segreta per un sogno". L'ultimo battito del cuore è una storia troppo ricca, secondo me, ma che viene salvata dal talento della scrittrice.


Titolo: L'ultimo battito del cuore
Autore: Valentina Cebeni
Editore: Giunti Editore
Data uscita: 22 giugno 2016
Prezzo: €6,90

Trama:
Nell'incantevole campagna del Kent, Penelope non arriva per caso. Dopo la tragica scomparsa di Adam, il suo unico amore, in un incidente d'auto a cui lei è miracolosamente scampata, si lascia convincere a trascorrere un periodo di tempo nella magnifica tenuta di sua sorella Addison. Ma a casa dei Walker la situazione è tutt'altro che tranquilla. Il matrimonio tra Addison e Ryan, costretto su una sedia a rotelle, peggiora di giorno in giorno, così come l'umore della sorella, sempre più fredda, tagliente e scontrosa. L'unica consolazione per Penelope è prendersi cura del giardino da troppo tempo trascurato. Con l'appoggio di Ryan e l'aiuto di Tristan, il taciturno vivaista del paese, quel rettangolo di terra infestato da erbacce si arricchisce di una grande varietà di piante e fiori colorati. Tuttavia i violenti litigi con Addison, il tormento del ricordo di Adam e una serata fatale trascorsa con Ryan fanno sentire Penelope sempre più sola e in balìa delle onde del destino. L'unica voce a raggiungerla nel profondo è quella di Tristan, il primo uomo dopo Adam ad attrarla misteriosamente... La storia romantica e struggente di una donna in cerca della sua nuova strada.


Recensione:
Penelope, il cui nome indica una moglie virtuosa e fedele, non ha fatto in tempo ad indossare i panni di questo ruolo. Fidanzata con Adam, rinchiusi in una bolla piena di amore e di progetti per il futuro, a causa di un incidente stradale si vede tornare sola in una vita che sente scivolarle via come sabbia dalle mani. Dopo la morte di Adam, Penelope si sente sopraffatta da un fato crudele e dal tempismo imperfetto, si lascia andare a fondo girando per le mura di casa che non fanno che proiettarle ricordi di un passato felice, con la felpa che sprigiona ancora, anche se in maniera sempre più debole, l'odore del suo amore.
La vita, però, non ha di freni e procede senza soste lungo il suo percorso: le bollette si accumulano come gli avvisi della banca, il lavoro non ha più senso, vivere non ha più senso, e le uniche persone che possono dare a Penelope un aiuto nell'affrontare il suo dolore, non ci sono più.

Solo un lontano chiacchiericcio proveniente dalla villa le ricordava la vita che nonostante tutto le camminava accanto, ma a lei bastava il tepore dell'ultimo raggio di sole e scaldarle le guance per dimenticarsene.

Una di queste non è certamente Addison, la sorella acquisita dalla vita apparentemente perfetta come lei stessa è sempre stata. La sorella che si sente in dovere di salvarla e la preleva a forza dalla sua vita, per permetterle di andare avanti e superare il lutto. Ma basta poco a Penelope per rendersi conto, seppur in punta di piedi, che nella vita della sorella nulla è perfetto: non nel marito disabile e capro espiatorio per la moglie, non nel figlio che ha deciso di non parlare più, non in Addison stessa che sembra non provare più alcuna bella, genuina o positiva emozione. Fredda come il ghiaccio, con la lingua tagliente come una lama affilata, pronta ad infierire per qualsiasi cosa, a ferire a qualsiasi costo. Non è perfetto nemmeno quel giardino dietro alla casa, che sembra essere stato abbandonato come il cuore di Penelope. Ed è qui che comincia, una volta con Ryan, una volta con Tristan, quello che è il lento percorso di guarigione di Penelope: con le mani nella fredda terra, tra il delicato profumo dei fiori, in compagnia di un clima e di un cielo traditori che minacciano il lavoro di giornate faticose. Basta una pioggia improvvisa e Penelope deve ricominciare daccapo; esattamente come nella sua vita. Basta uno sguardo di Tristan e le sue dolci attenzioni e la nostra protagonista si vede fare dei passi indietro.

Penelope gli si avvicinò lentamente, nella testa il desiderio di fuggire via.
Via dal passato, da se stessa, da un corpo che non era più il suo. Via dalla donna affamata di calore, arrabbiata e disperata che ogni mattina vedeva riflessa nello specchio.

L'ultimo battito del cuore è una storia dove i legami di parentela non lasciano scampo, il sangue del proprio sangue non si rinnega ma si rinfaccia, dove due sorelle totalmente diverse combattono l'una contro l'altra fino all'esaurimento: Addison frustrata e la cui vita va in pezzi, pian pianino, giudica quella di Penelope che sembra voler fermare il tempo, invece, a quando ancora la sua era integra. Un uomo, Ryan, altrettanto frustrato da trovare conforto in piccoli e grandi sogni che ha paura di realizzare, che trova pace tra le braccia della donna sbagliata. Tristan, con nel petto più di quello che Penelope poteva volere o aspettarsi, ha anche un dolore passato che lo avvicina a Penelope e allo stesso tempo la allontana.

Penelope era diversa, sotto molti aspetti: era determinata, si infuriava quando la pioggia trasformava in fango il lavoro di giorni, ed era curiosa di conoscere tutti i segreti di un giardino florido; smaniava per sapere, ed era questa sua vitalità irrefrenabile di averlo colpito.

Il romanzo di Valentina Cebeni, che ho scoperto con La ricetta segreta di un sogno pochi mesi fa, è stato un esordio che io francamente ho poco apprezzato. Un trama ricca, troppo ricca, dove il background dei personaggi è di una pesantezza inverosimile; è quel tipo di romanzi che io chiamo "americanata", ovvero il dramma, che arriva alle stelle, di ogni singola figura è eccessivo. Questa è una peculiarità che non mi aspettavo dall'autrice dopo aver letto il suo secondo romanzo, ma ne L'ultimo battito del cuore ho invece ritrovato il suo raffinato e aggraziato modo di scrivere, la sua prosa gradevole e le sue descrizioni evocative, tanto da rendere palpabile ogni sua rappresentazione: suoni, profumi e ambienti. Questo, forse, è l'unico motivo per cui non boccio senza esitazioni L'ultimo battito del cuore, l' "americanata".

- Non ha senso pensare  ancora a queste cose - disse scuotendo la testa, mentre il passato svaniva dai ricordi.

martedì 26 luglio 2016

Recensione: Raccontami dei fiori di gelso di Aline Ohanesian

Buongiorno amanti della lettura.
Oggi vi propongo la mia recensione di un libro emozionante, devastante, dove l'urlo di un popolo intero squarcia il silenzio, nemico della giustizia.


Titolo: Raccontami dei fiori di gelso
Autore: Aline Ohanesian
Editore: Garzanti Libri
Data di uscita: 9 giugno 2016
Prezzo: €16.90

Trama:
Quando i ricordi ritornano alla mente, a volte non si è preparati ad accoglierli. Soprattutto se si è fatto di tutto per far tacere la loro voce, per nascondere le sensazioni che portano con sé. È cosi per Seda, che credeva di aver finalmente seppellito il passato per sempre. Ma ora è tornato e parla del paese da cui si è allontanata senza voltarsi indietro. Parla della Turchia dove affondano le sue radici, il paese di cui sente ancora il profumo delle spezie e il rumore dei telai al lavoro nell'azienda della sua famiglia. Da lì proviene il giovane Orhan, che adesso vuole delle risposte. Vuole sapere perché suo nonno, Kemal, ha lasciato la loro vecchia casa a Seda, una sconosciuta che vive in America. Lei capisce che è arrivato il momento di scendere a patti con la sua memoria e con quella colpa che non ha mai confessato a nessuno. Decide di affidare a Orhan la sua storia. La storia di lei ancora ragazzina che si innamora di Kemal all'ombra di un grande albero di gelso, i cui rami si innalzavano fino a voler raggiungere il cielo. Un amore spezzato dalle deportazioni degli armeni, all'alba della prima guerra mondiale. Un amore che ha costretto Seda a scelte difficili i cui rimpianti non l'hanno mai abbandonata. Solo con Orhan ha trovato il coraggio di riaprire quelle vecchie ferite. Di rivelare una verità da cui possa nascere una nuova speranza. Perché il passato, anche se doloroso, va ascoltato e deve insegnare a non dimenticare.


Recensione:
La storia si ripete, si dice, e l'uomo non impara mai nonostante tutte le repliche. Leggere un libro come quello di Aline Ohanesian in questo momento particolare della storia strazia il cuore. Come si strazierà quello di Lucine quando, alla sua tenera età, realizza che la guerra in Turchia spinge da più fronti minacciando lei, la sua famiglia e quelli come lei. Loro sono armeni e cristiani  nel musulmano e non ancora ufficialmente paese turco. Considerati degli scarafaggi che vogliono impossessarsi del paese e trasformarlo, sono emarginati; gli uomini devono essere più discreti nella loro attività lavorative, le donne hanno paura di uscire con i capelli non velati e la loro libertà di persona viene limitata. Iniziano gli arresti per i cosiddetti rivoluzionari, coloro che non vedono l'ora di allearsi con il nemico, i russi, e di vendere il paese a questi. La paura dei turchi che gli armeni siano una cellula cancerosa e silenziosa, nel cuore del loro paese, si fa strada nelle meni turche. Lo zio di Lucine, Nazareth, viene arrestato, il padre convocato con altri per un'assemblea, mentre le donne, i bambini e le persone che non rientrano in una determinata fascia d'età incominciano il loro cammino verso una destinazione sconosciuta, come un gregge di pecore impaurito e con i pochi averi che gli è concesso portarsi dietro durante la deportazione.

Il gelso di Hairing è la cosa più grandiosa che Lucine abbia mai visto. Emerge dalla terra come la mano di Dio, le dita allargate che cercano di ghermire ogni frammento di sole, di vento e di cielo. I suoi rami attirano le gambe e le braccia irrequiete dei bambini e i suoi frutti inumidiscono le loro lingue secche.

Un viaggio in cui la violenza per mano dei soldati turchi non vede l'ora di scatenarsi; Lucine e la famiglia vedono degli occhi vitrei, le pozze di sangue denso e rosso vivo, vedono il loro Dio insultato, vedono la fede che vacilla, persone separate dalla loro famiglia, ragazzine che vengono prese per i capelli per appagare i desideri carnali dei soldati turchi senza scrupoli. Le famiglie vengono distrutte, come quella di Lucine, che ben presto si troverà sola e con un senso di colpa che le toglierà la parola e la voglia di vivere.
Dall'altra parte c'è Kemal, il turco musulmano che voleva portarla in salvo e che, tacitamente, ha promesso amore eterno per Lucine. Un amore impossibile che non sa ancora di amore, mentre gli anni passano, che nasce sul filo spinato e su due terreni diversi e poco fertili.

La donna che ha avanti è come un arazzo antico i cui fili fittamente potrebbero raccontare una storia notevole, se solo sapesse come districarsi. Basterebbe trovare un filo allentato, e tutto quanto rotolerebbe fuori da quelle labbra serrate.

La storia di Lucine, poi diventata Seda per essere protetta, di Kemal e di tutta una serie di personaggi credibili e così umani da far venire la pelle d'oca, viene raccontata a Orhan, il giovane fotografo che vuole sapere chi è. Orhan si vede trasportare tra passato e presente, lui che sembra non aver mai dato importanza al primo e alla sua storia, la storia turca e armena. Un  intreccio di racconti e di emozioni che invece di chiarirgli le cose, lo confondono ancora di più per poi fargli prendere una posizione non estrema: né da una parte né dall'altra, ma una posizione che prende in considerazione due popoli che, a distanza di tempo e ancora oggi, non hanno buttato nell'oblio un capitolo di storia molto triste, che sembra non avere una fine.

Quello che importa non è ciò che il mondo ti fa, ma come reagisci tu.

Raccontami dei fiori di gelso, scritto da un'armena che ha promesso di fare da portavoce a tutti gli armeni, è una storia devastante che credo tutti dovremmo leggere. Il genocidio armeno, sebbene non sconosciuto, rimane poco conosciuto e, seppur in maniera romanzata, Raccontami dei fiori di gelso è scritto senza risparmiare dettagli, senza essere appesantito dalla questione politica ancora aperta tutt'oggi. Un romanzo che rompe il silenzio di una questione irrisolta, dopo un secolo e un milione e mezzo di vittime, che trasmette emozioni fortissime e palpabili. Un libro commovente e indimenticabile.

Il silenzio è nemico della giustizia.

sabato 23 luglio 2016

Recensione: La distrazione di Dio di Alessio Cuffaro

Buongiorno, amanti della lettura.
Oggi vi propongo la mia recensione di "La distrazione di Dio", un libro che ho trovato perfetto nella prosa elegante, nello stile composto, ma in cui viene a mancare l'emozione.


Titolo: La distrazione di Dio
Autore: Alessio Cuffaro
Editore: Autori-Riuniti
Data di uscita: 19 maggio 2016
Prezzo: €15.00

Trama:
Morire e risvegliarsi altrove, in un altro corpo. Questo succede improvvisamente a Francesco Cassini, stimato ingegnere nella Torino di fine Ottocento. Che cosa è successo? Come è stato possibile? Chi crederà alla sua storia? La legge universale che regola il destino di ogni individuo pare essere saltata: Francesco è vittima di una distrazione di Dio. Ai dubbi e alle difficoltà del trovarsi estranei a se stessi, con un altro corpo da abitare, si alternano però anche le avventure e le possibilità che il protagonista del libro si troverà a vivere, innescando una serie di vicende drammatiche, ironiche e struggenti che attraverseranno l'intero secolo. Un romanzo che esplora territori narrativi inediti e che trasforma la nostra idea di identità, di corpo, di destino.


Recensione:
E se Dio si distrasse un attimo? Se quella distrazione, quell'attimo, vanno a condizionare tantissime vite in maniera invasiva? In primis lui, Francesco Cassini, che nasce in una famiglia che di affetto non ne dà, ma che vede una madre privare i fratelli di quell'uovo in più e di quel banco scolastico solo perché ha per Francesco un sacco di progetti che, indirettamente e non linearmente, lui toccherà con mano. Francesco, infatti, avrà una vita piena di agi, ma anche di rimorsi per quella madre biologica che non ha potuto avere appieno, una vita che come tutte le vite della terra arriva al capolinea. Ed è qui che Dio si distrae e scombina lo schema per cui lascia una fessura tra vita e morte, per cui in Francesco queste due si sono scontrate e la prima ha avuto la meglio. Da quell'attimo fatale il protagonista, ogni volta che morirà, si risveglierà in un altro tempo, in un altro luogo, in un altro corpo.

Se c'era una cosa di cui avrebbe potuto approfittare della condizione di non-morto in cui si trovava era il fatto di poter diventare una persona nuova.

Prima torna giovane nel corpo di Jacques e, confuso, confida quello che è alla madre di questo. Lei, Valérie, lo abbraccia e in lui vede un prolungamento dell'anima del figlio ormai deceduto. Francesco, però, inizia a nutrire sentimenti diversi per lei, un amore impossibile gli riempe il petto e lo tormenta, mentre il rifiuto di lei è categorico e il sentimento non lascia la sua morsa.
Francesco è anche il giovane Josef che, insieme ai fratelli, cerca di portare avanti la baracca con la loro arte, di sfamarsi e di riscattarsi da quella vita che gli ha tolto più di quanto gli ha dato. Gli ha dato anche la guerra, che bussa pesantemente alla porta e minaccia tutti quanti. E tra le macerie e i piani di liberazione un altro amore sboccia, la vita va avanti nella sua monotonia, e Francesco rimane in attesa della morte per scoprire in quale corpo sarà, quale vita ruberà.
Come quella di Zoe, la donna apparentemente dalla vita perfetta nella cosmopolita New York, ma intontita da un'infelicità che non le lascia scampo e che la affoga fino a toglierle la vita.
Jacques, Josef, Zoe e tantissime altre vite che lui conduce senza ribellarsi, senza più aspettarsi nulla di diverso, senza più la speranza di essere parte di quella giostra inarrestabile. La morte si fa beffa di Francesco per un secolo intero, per il mondo, e lui pian pianino vede morire le persone che ama, le vede scomparire dalla vita terrena mentre lui è così fortunato, oppure maledetto, da rimanerne ancorato.

Si chiese quando sarebbe mai finito quello scherzo della natura che lo aveva coinvolto. Si chiese quale senso potesse mai avere continuare a vivere facendo finta di non aver già vissuto.

Quello di Cuffaro è un esordio particolare con una casa editrice fuori dagli schemi; "La distrazione di Dio" è un romanzo dalla prosa elegante, dallo stile pulito, composto, disciplinato, forse un po' troppo disciplinato. Infatti, per quanto la storia sia stata coinvolgente perché ha stimolato la mia curiosità, mi ha dato l'impressione di essere stata portata avanti ambendo alla perfezione, tralasciando un elemento fondamentale per il lettore: l'emozione. Una storia come quella di "La distrazione di Dio" avrebbe potuto scatenare molte reazioni dal punto di vista emotivo e coinvolgermi di più anche in questo senso: la vita di Francesco Cassini, per quanto straordinaria sia stata, mi è passata davanti trovandomi del tutto impassibile e, quindi, il libro è stato del tutto ordinario nel suo complesso.

Uno alla fine si guarda indietro e si lascia tormentare da tutte da tutte le opzioni scartate nel corso degli anni, Se avessi fatto, se non avessi fatto. Non serve. E' come cercare di ripercorrere a ritroso una partita a scacchi persa, provando a risalire alla mossa che ha compromesso tutto.

martedì 19 luglio 2016

Recensione: Bianca da morire di Elena Mearini

Buongiorno, amanti della lettura.
Oggi vi propongo la recensione di un libro "breve, ma intenso"; Bianca da morire però rimane una storia per la quale le stesse peculiarità possono creare amore, ma anche odio.


Titolo: Bianca da morire
Autore: Elena Mearini
Editore: Cairo Publishing
Data di uscita: 28 gennaio 2016
Prezzo: €13.00

Trama:
Nella Milano dei giardini verticali e della rinascita urbana, si muove Bianca, sedici anni, papà camionista e mamma casalinga, studentessa dell'Artistico, viso da diva anni Quaranta e unghie laccate di blu, quattro stelline bianche su ciascuna. Della vita sa due cose. Sa che non vuole diventare come sua madre, precocemente sfiorita in un sonnambulismo dei sentimenti e delle velleità, asservita ai bisogni di marito e figlio maschio, ma cieca davanti ai bagliori di speranza negli occhi della sua ex bambina. Sa che vuole diventare una star del cinema, oggetto di invidie femminili e di sogni maschili. E per farlo, è pronta ad ascoltare la più nera parte del cuore. Mentire, manipolare, sedurre. Uccidere. Per lei il corpo è un'arma letale, strumento di affermazione, di riconoscimento. Un corpo-arma per non morire anonima. Dove il linguaggio della cronaca e i sociologismi sul disagio giovanile non possono arrivare, Bianca da morire scava fino a toccare il grumo autentico di desideri e solitudine che partorisce azioni scioccanti. Bianca è l'incarnazione terribile delle nostre ambizioni frustrate, delle nostre paure infantili che non ci lasciano mai. Bianca è un Paese intero, che ha in Milano il suo specchio più illusorio. Bianca siamo noi.


Recensione:

Prima che lui si volti, io mi avvicino. Offro bocca, labbra e respiro in cambio di un silenzio giurato. Il nostro bacio tace la realtà e cancella i fatti.

Cammina con la testa alta, gli occhi fieri, il sogno negli occhi, la pelle bianca artificialmente e la consapevolezza di un corpo che erode gli animi con la passione, e li accende come un fuoco rosso. Bianca di nome, che come una vedova nera annienta le personalità facendole dondolare tra peccato e fede. Una madre che con il rosario in mano prega e si sottomette ad entità superiori e non: ad un Dio sordo, ad un marito rozzo, ad un figlio che pare un miracolo.

La mia posizione non cambia, il mio potere non crolla. Lo capisco dagli occhi che mi adorano nonostante questo volto sciupato. I maschi eccitati come accanto a una puttana triste, le femmine incantate dal sacro dolore di una vergine.

Bianca, in una Milano grigia e dove la criminalità pullula, sogna la Roma dei sette re e sogna di divenire presto la regina del grande schermo. Poi c'è il bisogno del denaro per frequentare la scuola che le permetterà di realizzare il suo obiettivo, quei soldi che vanno investiti nel figlio e nel suo piede d'oro, nel figliol prodigo che è la nuova promessa del calcio. Il figlio maschio che mette in ombra Bianca, che inizia a sfregare via il colore dei colori, quello che le dà il nome, quando della sua infanzia non rimane neanche l'ombra invece.

L'agonia del vivere rivendica fiato, ma pare che l'aria non basti a riempire i polmoni di tutti.

Bianca nutre un odio profondo per quel fratello che la ostacola, che la rende invisibile agli occhi dei genitori, della mamma taciturna che invoca il Signore e della figlia che invece si rivolge ad un Satana travestito da lupo. Le fauci pronte a dare il colpo di grazia, il suo richiamo che sembra il canto di una sirena per Bianca, Bianca che si fa avvolgere dalle sue note e che perde la cognizione della vita. Bianca che inizia a premeditare un omicidio, un piano privo di falle, un'ambizione che fa tremare le ginocchia, un egoismo indistruttibile, una freddezza mentale ed emotiva che fa venire i brividi. Il corpo diventa il frutto proibito, il morso la perdita della coscienza; un'arma a doppio taglio, perché nessun peccato rimane impunito.

Resto immobile, rigida. Un'asse di legno assaltata dalla sparachiodi. Sono trafitta ovunque. Piena di ferro, buchi e cerchi vuoti.

Bianca da morire è uno di quei libri dove le pochissime pagine tolgono il respiro, il quale implora una tregua, ma che brama anche una fine. Una storia particolare nella sua narrazione, nella sua prosa poetica e nella protagonista che vorremmo abbracciare ma anche condannare. Un libro che lascia decisamente il segno, ma che forse non è adatto a tutti proprio per le stesse peculiarità che io ho amato: troppo macabro, troppo cupo, capace di suscitare sentimenti contrastanti ma che vanno a braccetto. Bianca da morire, di Elena Mearini, rimane però un libro di quelli che definisco "breve, ma intenso", come tutte le emozioni meravigliose.

Lei scrive le indicazioni per restare viva, mentre la vita le sfugge dal foglio.

domenica 17 luglio 2016

Angelo Bottiroli, il senso della vita e le tre scelte di questa.

Buongiorno, amanti della lettura.
Oggi vi propongo una segnalazione a cui tengo in modo particolare e vi presento il libro Le tre scelte della vita di Angelo Bottiroli: mio compaesano, uomo cortese e un appassionato giornalista. Angelo, infatti, trae spunto dalla sua vita di giornalista e pubblica la sua opera sul senso della vita, dove il filo conduttore rimane sempre quello: il giornalismo.


Titolo: Le tre scelte della vita
Autore: Angelo Bottiroli
Editore: Biblioteca delle Soluzioni (Edizioni Leucotea)
Pagine: 300
Prezzo: €16,50
Dove trovarlo: In tutte le librerie, Amazon, Ibs, Leucotea

Trama:
Quanto è fragile la nostra vita e cosa possiamo fare per viverla meglio possibile?
Sono le domande che sorgono spontanee quando un improvviso incidente stradale obbliga il giornalista a fermare tutto ciò che sta facendo per dedicarsi anima e corpo all’articolo da pubblicare. Inizia così una presa di coscienza sulla società di oggi ma anche come siamo fatti, ciò che siamo e che vorremmo essere, le nostre aspirazioni, i mezzi che abbiamo, gli imprevisti, le indecisioni, le
realtà ineludibili che non possiamo evitare e con le quali dobbiamo fare i conti.
Poi c’è la solitudine, quella interiore, ma non solo; l’amore, il sesso, la ricerca dell’anima gemella, l’insoddisfazione, l’orgoglio, la fine di un rapporto e la depressione, fino alla voglia di suicidio che aleggia in alcune persone. Infine si cerca un motivo per andare avanti con gli “strumenti” che abbiamo e formano l’ossatura del nostro vivere: la famiglia, il lavoro, la comunità, l’identità, i figli, le vacanze, l’amicizia, il senso della vita, i ricordi, Dio, la morte e molti altri.
Due storie parallele che seguono un loro preciso percorso e si incrociano solo sporadicamente: l’analisi della società con i problemi che dobbiamo affrontare e il giornalista che vive questi problemi in prima persona e cerca una risposta.


« Uno dei tanti modi per godersi la vita è quello di fermarsi, guardare e riflettere.
É possibile farlo perché ognuno è padrone di quella che ha, può farne ciò che vuole e scegliere come viverla. É la grande libertà che ci è concessa ma che spesso dimentichiamo di avere.
Chiunque viva in Italia o in qualcuno dei Paesi occidentalmente evoluti, ha la possibilità di
scegliere come crearsi la propria esistenza coi mezzi di cui dispone e quelli che potrà acquisire nel corso del tempo. É un’opportunità straordinaria della quale però ci scordiamo spesso, presi come siamo dallo stress della vita quotidiana e dal dover correre per fare questo e quello, con lo
scopo di raggiungere obiettivi quasi sempre legati al benessere materiale. La vita può essere un’avventura meravigliosa, ma se non ci rendiamo conto di viverla, che avventura è?»


L'autore:
Angelo Bottiroli nasce nel febbraio ‘59 a Tortona. Giornalista, ha collaborato col Gruppo Espresso per oltre 20 anni ed è stato conduttore radiofonico. Dal 2010 è direttore del quotidiano Oggi Cronaca.

venerdì 15 luglio 2016

Recensione: L'ultima settimana di settembre di Lorenzo Licalzi

Buongiorno, amanti della lettura.
Oggi vi propongo la mia opinione su L'ultima settimana di settembre, di Lorenzo Licalzi, che è tra i sei finalisti per il premio Bancarella 2016. Domenica 17 luglio sapremo chi è il vincitore, ma intanto vi dico perché non dovrebbe essere il romanzo di Licalzi.


Titolo: L'ultima settimana di settembre
Autore: Lorenzo Licalzi
Editore: Rizzoli
Data di uscita: 28 agosto 2015
Prezzo: €18.00

Trama:
Pietro Rinaldi ha ottant’anni e vuole essere lasciato in pace. Ormai è convinto che la sua vita sia arrivata al capolinea e, mentre mangia penne all’arrabbiata, riflette su quanto i libri siano meglio delle persone. Se già fatica a sopportare se stesso, figuriamoci gli altri! Non ha proprio intenzione di avere a che fare con l’umanità… fino a quando, un giorno, nel suo mondo irrompe Diego, il nipotino quindicenne. Lui ha l’entusiasmo degli adolescenti e la forza di chi non si lascia abbattere dagli eventi, neanche da quelli più terribili, e non ha paura di zittire i malumori del nonno. Da Genova partono in direzione di Roma, a bordo di una Citroën DS Pallas decapottabile su cui sembra di volare. Sul sedile posteriore c’è Sid, l’enorme incrocio tra un San Bernardo e un Terranova – vera e propria calamità. Ed è così che un viaggio di sola andata si trasforma in un’avventura on the road, piena di deviazioni e ripensamenti, vecchi amori e nuove gioie. Perché è proprio quando credi di aver visto tutto che scopri quanto la vita riesca ancora a sorprenderti.
L’ultima settimana di settembre è il racconto esilarante e commovente del viaggio di un nonno e un nipote alla ricerca di se stessi. È una storia che, senza giri di parole, scava nei sentimenti più profondi e ci porta di fronte alle emozioni più vere, quelle che richiedono una buona dose di coraggio per essere affrontate ma rimangono impresse indelebili dentro di noi.


Recensione:
Avete presente quella sensazione che abbiamo noi lettori; quella di leggere qualcosa che abbiamo già letto in passato? Sì, quella. Che fastidio.
L'ultima settimana di settembre, in questo senso, comincia proprio male. Inizialmente ho pensato che Cesare Annunziata de La tentazione di essere felici, di Lorenzo Marone, si fosse intrufolato in questo romanzo. Pure il nome degli autori è uguale, ma questa è coincidenza, ne sono sicura.

Se vivi perdi le persone che ami, se muori loro perdono te. La vita è crudele, l'unica fortuna che hai è quella di accorgertene tardi e così, se proprio non sei un imbecille, riesci ogni tanto a essere felice.

Pietro Rinaldi è scorbutico, antipatico, con gli aculei, e pronto a pungere per non essere punto. Pietro è stanco, tutto qui. E' stanco di vivere. Per questo è deciso a porre fine alla sua vita l'ultima settimana di settembre, perché una morte in questo periodo, in bilico tra estate e autunno, è poetica. Quando il tramonto è di una bellezza unica, l'odore che si sente non è più quello della pelle al sole, il settembre degli scrittori, il settembre degli inizi. Poco conta se la figlia Barbara e il nipote Diego soffriranno, ormai è deciso e nessuno può fargli cambiare idea. A meno che il destino non si metta di impegno per intralciarlo.

Fare una cosa per l'ultima volta, sapendolo prima, ha un non so che di epico. Ogni gesto acquista una valore speciale.

Dalla notte al giorno Pietro si trova da solo in casa, in un angolo, con il telefono in una mano, a sentire uno sconosciuto che gli dice, in poche parole, che la sua vita sta per essere cambiata con la stessa velocità con cui noi rivoltiamo il calzino. Che seccatura per Pietro, che deve rimandare la data del suo suicidio. Tanto vale togliersi il sassolino subito dalla scarpa e partire per un viaggio on the road con il nipote e il suo cagnone Sid.
Partenza dalla bella Genova all'altrettanto bella Roma in sella all'auto della felicità. Pietro e Diego allora, in silenzio inizialmente, faranno un sacco di incontri e rincontri. A Diego torna il sorriso sulle labbra, a Pietro sembra di star sviluppando una coscienza. Un viaggio il loro che sembra dire addio, ma che sembra dire anche buongiorno. Un viaggio di una vita, per tante vite.

Da vecchi anche i sogni perdono la memoria.

Il romanzo di Licalzi sembra avere le carte in tavola per farsi piacere come tanto è piaciuto La tentazione di essere felici del collega scrittore, ma purtroppo si tratta di una mano non vincente. La storia, che ha del potenziale, perde totalmente d'idea nel modo in cui viene sviluppata. Troppo lenta, troppo noiosa e con un personaggio di cui impariamo a conoscere solo l'egocentrismo, il quale incarna palesemente e fastidiosamente tutte le idee e le opinioni personali dello scrittore. Licalzi ha trasferito tutte queste sul suo personaggio, facendolo tenere a debita distanza dal lettore. Io proprio non l'ho sopportato: pagine e pagine sulle sue convinzioni che, prese a parte e a pillole di aforismi possono anche essere interessanti, ma inserite in determinati contesti e allontanandoli dalla storia che invece deve stare al centro dell'attenzione, non il suo protagonista, fa solo irritare una lettrice come me. Nessun coinvolgimento, nessun piacere durante lettura, solo irritazione per un'idea non sfruttata al meglio e tematiche quasi snobbate. L'ultima settimana di settembre è un libro che sconsiglio.

Tanta felicità a dieci metri da me, e questa tristezza irrimediabilmente dentro.

mercoledì 13 luglio 2016

Riepilogo mensile di giugno

Buon pomeriggio, amanti della lettura.
Un po' in ritardo, ma arriva il riepilogo mensile di giugno. Giugno. Giugno è stato tante emozioni e riflessioni. Il mese in cui ho realizzato di nutrire parecchia insoddisfazione in molte cose della mia vita, quella insoddisfazione rassegnata, la peggiore. Giugno è stato il mese in cui ho spento ventidue candeline, tutte passate inosservate come piace a me. Giugno è stato il ricordo della felicità e la malinconia del presente, anche quando spengo ventidue candeline e
senza esprimere nessun desiderio. L'insoddisfazione di questo mese appena passato si è riflessa un po' anche sulle mie letture.


Il cuore buio è stata la prima e deludente lettura del mese di giugno. Una storia fitta di temi importanti trattati con superficialità che non mi ha fatto apprezzare il libro. Ve ne parlo in maniera più approfondita nella recensione.


Scomparsi è la seconda lettura deludente dove il thriller psicologico inorridisce a sentire parlare di sé riferito al libro della Eriksson, dove la protagonista non potrebbe essere più irritante. Ve ne dico di più nella recensione.


Lo strano viaggio di un oggetto smarrito è un libro bellissimo, dove la magia, i colori e l'amore indossano abiti infantili e crescono su un treno diretto verso delle risposte di una vita. Il libro di Basile è una storia leggera e profonda, che nella recensione consiglio di cuore.


Mandami un messaggio mi ha fatta ritornare alle letture deludenti: un libro senza spessore, con personaggi che sembrano dei cartonati, con una scrittura troppo immatura. Non ve ne parlo per niente bene nella recensione.


Una specie di felicità, che segna il ritorno di Francesco Carofiglio, mi ha sorpresa per la numerosità dei dialoghi e la narrazione snella. Ve ne parlo meglio nella recensione pubblicata su Eroica Fenice.


Dopo L'amore è mai una cosa semplice, non potevo non leggere L'importanza di chiamarti amore di Anna Premoli; la donna che mi ha conquistata con le sue storie e la sua capacità di toccare alcune corde del mio cuore. A presto con la recensione positiva.


Il paese dell'acqua è un libro così particolare e british. Mi è piaciuto molto, e ve ne ho parlato meglio nella recensione.


Da troppo tempo volevo leggere Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore, con la sensazione che mi avrebbe fatto un po' male. In parte è stato così, in parte però mi ha anche fatto del bene e, onestamente, al termine della lettura ho come avuto l'impressione che mancasse qualcosa.


Cercando l'onda è stata per me la lettura perfetta, durante le pause da studio, e mi ha fatto venire così tanta voglia di andare al mare. Ve ne parlo meglio nella recensione.


Un'estate magica di Corina Bomann, autrice che desidero scoprire da tempo, si è rivelata essere una lettura piacevole, scorrevole, leggerissima: perfetta per la stagione. Ve ne parlo meglio nella recensione.


Bianca da morire è un libro di quelli che in pochissime pagine ti distrugge l'anima, e ve ne parlerò molto presto.


La distrazione di Dio è una storia che attraversa un secolo, un viaggio nell'immortalità dell'anima. A presto con la recensione.

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E le vostre letture, invece? Quali sono state quelle estive e che mi consigliate?

lunedì 11 luglio 2016

Recensione: Un'estate magica di Corina Bomann

Buongiorno, amanti della lettura.
Oggi vi propongo la mia recensione di Un'estate magica, di Corina Bomann. L'autrice, tanto amata dal pubblico femminile, ci regala una storia leggerissima, poco pretenziosa e perfetta per questa stagione.


Titolo: Un'estate magica
Autore: Corina Bomann
Editore: Giunti Editore
Data di uscita: 1 giugno 2016
Prezzo: €14.90

Trama:
È un po' di tempo che le cose per Wiebke non vanno per il verso giusto. Non ha passato uno degli esami più importanti del suo corso di laurea in biologia, ha lasciato il fidanzato che la tradiva, e la sua migliore amica passerà delle romantiche vacanze con il nuovo amore, lasciandola sola in città per tutta l'estate: una prospettiva davvero sconfortante. Chissà se la zia Larissa vorrà ospitarla per un paio di settimane nella sua casa in campagna sulle sponde del lago di Müritz? Da sempre un mito per Wiebke, Larissa è single, indipendente e creativa; è fuggita dalla città dopo aver tagliato i ponti con la famiglia in maniera turbolenta. Wiebke non conosce il segreto che sta dietro a questa decisione: sa solo che dodici anni prima Larissa ha perso in modo tragico il suo grande amore, e da quel momento si è rifugiata in campagna, dove dipinge magnifiche scarpe da sposa e coltiva more, circondata dai suoi animali. L'arrivo di Wiebke, con la sua vitalità e il suo affetto, crea scompiglio nella vita di Larissa e del piccolo paesino in cui vive, mettendo alle strette la zia: è giunto il momento di imprimere una svolta alla sua esistenza, complice anche il nuovo, misterioso vicino di casa... Ma riusciranno le due donne a reagire agli imprevisti che ogni trasformazione porta con sé?


Recensione:
La forza delle donne talvolta è impercettibile, soprattutto se queste si trovano in una fase della loro vita in cui sembra che vada tutto storto e, in particolar modo, le cose che amiamo di più sembrano voltarci le spalle. E' questo che succede a Wiebke e che la porta a fare i bagagli e salire sull'autobus per scappare da Berlino, per scappare dal fidanzato infedele e immaturo, il cui pensiero ha turbato tanto da farla bocciare all'ultimo esame prima della laurea. Wiebke si ritrova improvvisamente in una specie di circolo virtuoso dove sembra che i pensieri siano concatenati e la sia via invece, incatenata. La fuga spesso, è un toccasana per fare ordine nella testa e nel cuore, ed è così che Wiebke si ritrova in campagna, dove abita la zia Larissa.
La zia Larissa è una figura che c'è e non c'è nella vita di Wiebke a causa di vecchi rancori tra lei e la sorella maggiore, la madre della giovane protagonista. Rancori il tempo non vuole erodere e le donne non vogliono superare, perché il confine tra fare del bene e creare danni è sottilissimo, e ancora di più se su di questo ci sono emozioni delicate e sentimenti già feriti. Larissa, però, sembra condurre una vita idilliaca in campagna con gli animali che accoglie nella sua fattoria, la raccolta delle sue more e l'attività di decoratrice di scarpe da sposa, rendendo il giorno più bello delle donne ancora più speciale.

Non poté fare a meno di ripensare a quel che aveva detto a Larissa. Il silenzio non portava a niente, se non a fraintendimenti e a ostinate chiusure sulle proprie posizioni. Era necessario parlare, al limite litigare, ma mai tacere.

Wiebke e Larissa, seppur parenti, si muovono per casa in punta di piedi, come se avessero paura di rompere qualcosa che è già fragile. Non mancheranno le domande scomode, le richieste implicite di aiuto, le preoccupazioni quasi materne di Larissa e, soprattutto, la ricerca di quello che si è e quello che si vuole diventare. Wiebke così confusa riguardo alla sua ormai naufragata storia d'amore e il suo percorso di studi. Larissa così attaccata al passato che ingombra il presente e le fa immaginare un futuro pieno di silenzio; con la presenza poi, di due uomini che a loro modo renderanno l'estate delle nostre protagoniste magica.

Non tutti gli amori sono eterni, pensò. A volte si cambia e capita che due persone, all'inizio inseparabili, finiscano per andare ognuna per la propria strada.

Il libro di Corina Bomann è perfetto per la stagione e per regalarci dolci ore di compagnia coccolati dalla fresca aria serale. Una storia poco pretenziosa, scorrevole, in cui il profumo della torta di more ci porta ad un'estate un po' più lontana da noi, dove il vestito ci accarezza le gambe e si sente come se la stagione non avesse una fine.

Per la prima volta dopo anni provava finalmente sentimenti che pensava di aver scordato ormai per sempre.
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