giovedì 27 aprile 2017

5 cose che voglio migliorare nel mio blogging

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi mi calo esclusivamente nel ruolo di blogger e vi dico quali sono quelle cinque cose che vorrei migliorare nel mio modo di fare blogging, di cui alcune (come la prima) sono addirittura degli ostacoli.


1) Metterci la faccia
Letteralmente. Vorrei riuscire a postare alcune foto di me stessa su Instagram, oppure contagiare chi mi segue con la mia allegria e pazzia tramite Instagram Stories, ma mi pare uno scoglio quasi impossibile da superare al momento. Sarà che sono così introversa per quanto riguarda la mia vita privata che mi sembra una violazione nei miei confronti mostrarla sul web, sarà che nonostante le 5 cose che ho imparato grazie al blogging, tra cui la numero due , rimarrò ancora per molto tempo diffidente verso i social network da questo punto di vista, fatto sta che ci sto lavorando e spero un giorno di lanciarmi e mostrare chi sta davvero dietro al blog, letteralmente.

2) Interagire con gli altri blog
E' una delle più importanti e tacite regole del blogging netiquette, eppure è difficile per me. A partire dal tempo che cerco di sfruttare e gestire al meglio nella vita per poter fare tutto ciò che amo e che, spesso, non è dedicato a passare per un saluto negli altri blog. Però so già che sarebbe bellissimo e d'ispirazione per me seguire alcune blogger che stimo, leggerle più spesso, spulciare i loro blog con pazienza e passione; per ora non riesco ancora a farlo, ma mi impegnerò sicuramente a provarci.

3) Studiare il blogging
Il mestiere del blogger è ormai riconosciuto e non è più sinonimo di una persona che nel buio della sua camera e avvolta dall'anti-socialità scrive un diario personale. Il blogging è soggetto a studi frequenti e a recenti pubblicazioni. E io vorrei studiarlo esattamente come ho studiato, ad esempio, Marketing. Sembra ridicolo studiare dopo essersi cimentati nell'impresa, come studiare dopo aver dato l'esame, ma sono curiosa di conoscere in cosa mi sono realmente buttata con la benda negli occhi e migliorare il modo con cui faccio blogging, indipendentemente dal fatto che lo voglia fare di mestiere o meno. Nel frattempo ho già cominciato ad approfondire il tema con "Manuale per aspiranti blogger" di Anna Pernice.

4) Html, be my friend
A proposito di studiare il blogging, prima o poi, lo so, dovrò dedicare un po' del mio tempo allo studio del linguaggio di blogspot. Perché la piattaforma è molto friendly user e facile da gestire, ma non è neanche tra le più professionali in circolazione e spesso blogspot fa i capricci e non funziona. Sapere scrivere e leggere l'html mi aiuterebbe molto ad affrontare quei momenti di isteria prendendo in mano il controllo.


5) Buttarmi
Spesso vorrei davvero raccogliere più spesso le proposte che mi vengono fatte, smetterla di tentennare e accettare. Che ci perdo?, nulla, lo so, eppure continuo a non aprirmi a certe cose. La cosa mi irrita perché con la scusa che non ho tempo rifiuto cose belle e coinvolgenti. Però qualcosa sta cambiando, perché non solo ho iniziato a studiare il blogging, ma ho anche deciso di buttarmi in qualcosa di diverso e iniziare a leggere e parlarvi di graphic novels. Non esiste il non posso, esiste il ci provo e poi vedo, ecco un mio nuovo motto da blogger.
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Queste sono le cinque cose che pian pianino vorrei migliorare per me stessa e per il blog.Sono anche le vostre? Oppure, se siete esperte, avete consigli su come potrei cimentarmi in una di queste senza fare dei disastri?

Un abbraccio! :)

lunedì 24 aprile 2017

Recensione: È solo una storia d'amore di Anna Premoli

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione sull'ultima fatica di Anna Premoli, mentre attendo con ansia l'uscita del prossimo libro sperando però che l'autrice torni a divertirmi come prima.


Titolo: È solo una storia d'amore
Autore: Anna Premoli
Editore: Newton Compton Editori
Prezzo: €9.90
Data uscita: 3 novembre 2016

Trama:
Cinque anni fa Aidan Tyler ha lasciato New York sul carro dei vincitori, diretto verso il sole e il divertimento della California. Fresco di Premio Pulitzer grazie al suo primo libro, coccolato dalla critica e forte di un notevole numero di copie vendute, era certo che quello fosse solo l’inizio di una luminosa e duratura carriera. Peccato che le cose non stiano andando proprio così: il suo primo libro è rimasto l’unico, l’agente letterario e l’editore gli stanno con il fiato sul collo perché consegni il secondo, per il quale ha già incassato un lauto anticipo. Un romanzo che Aidan proprio non riesce a scrivere. Disperato e a corto di idee, in cerca di ispirazione prova a rientrare nella sua città natale, là dove tutto è iniziato. E sarà proprio a New York che conoscerà Laurel, scrittrice di romanzi rosa molto prolifica. Già, “rosa”: un genere che Aidan disprezza. Perché secondo lui quella è robaccia e non letteratura. E chiunque al giorno d’oggi è capace di scrivere una banale storia d’amore… O no?

Recensione:
Nella grigia New York, in prossimità dell'inverno, si aggira per le strade Aiden, pieno di nostalgia per una California calda e accogliente. New York, poi, gli ricorda le sue responsabilità e il suo impegno quasi alla scadenza, dopo cinque anni, di scrivere il suo secondo romanzo. Ma Aidan, anche se non lo vuole ammettere ha il blocco dello scrittore perché dopo aver vinto il Premio Pulizer per il suo primo libro, vuole tornare nelle librerie con un capolavoro letterario che possa stupire la critica e farlo amare più della prima volta. Egocentrico, narcisista, sicuro di sé e affascinante, Aiden però deve affrontare la realtà e consegnare all'editore un manoscritto: non importa come e se prossimo vincitore di qualche prestigioso premio, l'importante è pubblicare, anche una banale storia d'amore, un romanzo rosa di quelli che lui non sopporta.

Potrà sembrare banale e già visto, eppure ogni volta che due persone si innamorano davvero, e scelgono con cognizione di causa di stare insieme, avviene un piccolo miracolo: la quotidianità cambia e nulla pare più essere lo stesso. Nemmeno il modo in cui concepivi te stesso.

Ma di romanzi rosa ci vive Laurel, donna in gamba, determinata, tenace che si ritiene essere un'eroina del genere rosa, ma è facile essere considerata così anche dagli altri dato che ha già sfornato dodici romanzi. Vuoi perché Laurel e Aidan sono testardi, vuoi perché il destino ci mette lo zampino, Laurel e Aiden devono collaborare per pubblicare insieme un nuovo romanzo, ognuno spinto da un interesse personale: lui deve pubblicare un libro e lei vuole uscire dal genere rosa che le diventa sempre più stretto. I due, tra molti battibecchi e provocazioni, saranno però l'ispirazione l'uno dell'altra e chissà, magari anche qualcosa di più.

«Io non scrivo storie d'amore sdolcinate, Norman», mi tocca ricordargli piccata. E modestamente ne vado fiera. «No, in effetti non lo fai», mi concede. «Ma sono pur sempre storie d'amore». «Perché i libri sono una forma di terapia: una dose di sogni a occhi aperti spesso ti ripaga da molte infelici esperienze reali. Tutti hanno bisogno di dimenticarsi per un attimo la propria vita».

È solo una storia d'amore, l'ultima fatica di Anna Premoli, è un libro che anche una nuova fan come me non fa fatica a collocare fuori dal genere di storie che la scrittrice è abituata a scrivere. Forse perché ha voluto lanciare un messaggio che riguarda i romanzi rosa, considerati prima libri da casalinghe annoiate e oggi da donne frivole, e gridare a grande voce perché questi non sono né uno né l'altro. La Premoli scomoda anche l'emancipazione femminile e il suo tentativo non passa inosservato: lo vediamo nelle lunghe conversazioni e scambi di opinioni sul romance, sugli stereotipi legati a questo, sui cliché che si hanno sugli stessi cliché dei romanzi rosa. Nonostante abbia apprezzato questo cambio di rotta e il messaggio che la Premoli teneva a far arrivare, ho sentito la mancanza del page turner e le emozioni singole dei due protagonisti, ché la Premoli è così brava a dare spessore ai suoi personaggi. In definitiva, È solo una storia d'amore, sebbene lo abbia preferito di meno rispetto a L'amore non è mai una cosa semplice e L'importanza di chiamarti amore , porta comunque l'impronta unica dell'autrice rimanendo un libro perfetto per distrarsi e regalarsi leggerezza.

Nella vita si gioca, si rischia e qualche volta si vince pure. Incredibile ma vero.

martedì 18 aprile 2017

Recensione: Golda ha dormito qui di Suad Amiry

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su Golda ha dormito qui, il mio primo approccio a Suad Amiry, autrice conosciuta per la sua ironia amara e per i temi che spesso tratta senza mai prendere le distanze dalle sue origini. Inizialmente non volevo recensire Golda ha dormito qui, che non è un romanzo ma una memoria di molte generazioni e di un popolo intero, perché mi sentivo troppo poco obiettiva, ma ho ceduto perché vorrei diffondere questa lettura per spingere le persone ad informatizzarsi e a capire cosa c'è dietro a quelle mamme velate in lacrime che abbracciano i loro bambini e che reclamano i loro rifugi, le loro case.


Titolo: Golda ha dormito qui
Autore: Suad Amiry
Editore: Feltrinelli
Prezzo: €16.00
Data di uscita: 23 ottobre 2013


Sinossi:
Di cosa è fatta la bellezza di una casa, se non della vita di chi la abita? Ma quando accade che un intero popolo si trovi all'improvviso espropriato delle sue dimore, la domanda che passa, amara, di bocca in bocca è soltanto una: che fine fa quella bellezza, e che fine fa l'anima di chi in quelle case, in quei palazzi, in quei giardini, ci ha vissuto, ci ha pianto e ci ha gioito, per una vita intera? Questa storia ha inizio nel 1948, quando gli inglesi, partendo da Israele, lasciarono due popoli in lotta: l'uno con tutto, l'altro con niente. Suad Amiry, palestinese, racconta quella perdita inestimabile, quella dei muri con dentro le anime, la memoria, i gesti, gli affetti. Muri a cui oggi, ai vecchi proprietari di sempre, è addirittura proibito avvicinarsi, è preclusa la vista, la memoria delle sensazioni. Come all'architetto Andoni, che vorrebbe tornare nell'abitazione che ha progettato e costruito, il "suo gioiello", e scopre in tribunale di non poterlo fare in quanto "proprietario assente"; o come a Huda, che preferisce testardamente la cella alla condanna di non poter rientrare nella casa dei genitori. Insieme agli effetti di un conflitto storico che dura da allora, Suad Amiry, con profonda grazia e humour dissacrante, si confronta con un tema universale e potente com'è quello della casa, che finisce per coincidere con la nostra stessa identità, con la nostra stessa, comune, storia.


Recensione:
Mi han detto che la tua casa è dove sei tu. Ci ho provato ma non sempre ci riesco.
Ci sono alcuni libri che sono delle vere e proprie testimonianze di storia e di vita: Golda ha dormito qui parla della storia della Palestina e della vita di tutti quei palestinesi sfrattati dalla loro terra e dalla loro casa. La casa che per Emily Dickinson è dove tu sei, tu famiglia, tu comunità, tu identità, nel caso di Suad Amiry che con il suo libro ci dice marhaba, benvenuti, nella mia casa, in quella che era la mia casa. Ma non è solo lei a vivere e veder vivere una tale situazione, si tratta di tutti quei palestinesi che dopo la legge israeliana del 1950, e dopo le sanguinosa guerra del 1948, sono stati dichiarati proprietari "present absentee" per cui esistono per lo stato di Israele ma non esistono in termini di diritti di proprietà. E allora l'autrice ci racconta di Andoni Barmki, architetto di buona parte di Gerusalemme e della sua amata casa: la casa come amante dalle sinuose forme, la casa che vale più della famiglia, la casa di cui mai si disamorerà. Ci racconta di come lui davanti ad un giudice ebreo rivendica il diritto di tornare a vivere nella sua casa e, al rigetto della sua richiesta, si batte i pugni sul petto e con un ghigno disperato grida; sono qui, signor giudice, come faccio ad essere assente, come faccio ad essere presente quando devo pagare le tasse ma assente per tornare a vivere nella mia casa.

Ed è stato proprio quel giorno che ho fatto un voto: sarei tornata a visitare la nostra casa, finché avevo vita e ci sarei venuta più spesso che potevo. Perché non ci si dimentichi di chi è questa casa. Un voto che da allora è diventato ossessione un'ossessione che si è fatta gravosa come la cita stessa.

La stessa casa sarà poi un museo per cui si dovrà pagare un biglietto per visitarla, e Gabi a saperlo ricorda Andoni e il suo sorriso enigmatico perché scoppia a ridere divertito di dover pagare per vedere la sua casa, mentre gli altri in coda alla biglietteria si girano da un'altra parte, altri scappano via, come se si vergognassero dell'azione di Israele nel voler cancellare ogni traccia del popolo della Palestina. Non solo Gabi, ma anche l'energica e coraggiosa Huda che è pronta a violare la legge ed entrare in carcere pur di vedere la casa che suo padre ha costruito con le sue mani.

A dire il vero abbiamo annoiato il mondo intero con la nostra storia collettiva. Ma per qualche ragione l'individuo palestinese, uomo o donna che sia, evita, o forse ha troppa paura, di condividere la propria storia personale, come se non potesse raccontare come è stato cacciato dalla propria casa, dal proprio salotto o dalla propria camera da letto. Queste storie private restano segrete, persino ai propri figli, persino a se stessi. Credo che la ferita sia ancora aperta.

Si tratta di una cronaca famigliare che è la cronaca famigliare di molti palestinesi di cui Suad Amiry si fa portavoce e, con pazienza e fatica, scrive un libro per raccontare una realtà conosciuta ma poco approfondita. Io stessa non ero a conoscenza della legge israeliana, dei tentativi del paese di allargarsi sempre più e prendersi i territorio palestinese che ormai, con grande amarezza, sembra non esistere più. Eppure non è neanche un fatto sconosciuto dato la recente informazione sul tema e la condanna di alcuni paesi occidentali dell'Israele: parole, soltanto parole, le parole che in generale sono potenti ma che prima o poi, e in questi casi, devono trasformarsi in fatti e azioni.
Impossibile rimanere obiettivi durante la lettura di Golda ha dormito qui, come è impossibile rimanere indifferenti davanti alla scrittura ironicamente amara di Suad Amiry che con questa libro non scrive una storia come sembra apparentemente, ma una dichiarazione storica dolorosa ma mai drammatica su un paese che ancora non ha avuto giustizia.

E' stato molto tempo dopo che ho capito: mentre i palestinesi ce la mettono tutta a dimenticare quando dovrebbero ricordare, gli israeliani ce la mettono tutta a ricordare quando dovrebbero dimenticare.

giovedì 13 aprile 2017

Recensione: Un bene al mondo di Andrea Bajani

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su Un bene al mondo di Andrea Bajani, un libro che ho amato con tutta me stessa e che non posso non consigliarlo a tutti coloro che del dolore non hanno paura, esattamente come dei libri che parlano di dolore e che ci segnano nel più profondo. Un bene al mondo è semplicemente e assolutamente meraviglioso.


Andrea Bajani

Titolo: Un bene al mondo
Autore: Andrea Bajani
Editore: Einaudi
Prezzo: €16.50
Data di uscita: 13 settembre 2016

Sinossi:
"Un bene al mondo" racconta di un paese sotto una montagna, a pochi chilometri da un confine misterioso. Un paese come gli altri: ha poche strade, un passaggio a livello che lo divide, e una ferrovia per pensare di partire. Nel paese c'è una casa. Dentro c'è un bambino che ha un dolore per amico. Lo accompagna a scuola, corre nei boschi insieme a lui, lo scorta fin dove l'infanzia resta indietro. E ci sono una madre e un padre che, come tutti i genitori, sperano che la vita dei figli sia migliore della loro, divisi tra l'istinto a proteggerli e quello opposto, di pretendere da loro una specie di risarcimento. Ma nel paese, soprattutto, c'è una bambina sottile. Vive dall'altra parte della ferrovia, ed è lei che si prende cura del bambino, lei che ne custodisce le parole. È lei che gli fa battere il cuore, che per prima accarezza il suo dolore. "Un bene al mondo" è una storia d'amore e di crescita; è una storia universale, perché racconta quanto può essere preziosa la fragilità se non la rifiutiamo. Basta cercarsi su una mappa, disseminare parole per trovarsi, provare altre strade e magari perdersi di nuovo.


Recensione:
C'era una volta una fiaba che non è una fiaba, ma una storia la cui bellezza è così lacerante da scuotere l'anima. Quella storia si chiama Un bene al mondo ed è la storia di un bambino senza nome, in un paese senza dove e in un tempo ammalato senza un quando. Il bambino, appena nato, aveva le mani fredde e quando succhiava il latte della madre ingurgitava solo il vuoto. Un giorno la mamma gli consegna il suo dolore, un cucciolo dal muso spelacchiato, privandosene e condannandosi alla freddezza delle emozioni, mentre il bambino da quel dolore non si separerà mai più. Lo alleva, lo addomestica, lo mette al guinzaglio, quel cane dolore fedele e mite, quel dolore che è la prova che si può nascere già soli, già col vuoto in gola e nel petto, già sofferenti.

Scese dal letto, a piedi nudi andò verso la finestra e l'aprì. Se non avesse fatto uscire un po' di quella malinconia, la stanza sarebbe scoppiata. Poi tornò a letto, e capì ancora una volta quanto fa male un pensiero che cade per terra senza che nessuno si chini a raccoglierlo.

Il dolore a quattro zampe, che è un compagno e che subito ho identificato come un elemento negativo di cui il piccolo dovesse liberarsi, è una metafora che strozza il respiro, una metafora che all'inizio si cerca di decifrare, si cerca di darle un senso e di darle un nome e un'origine e, sì, anche una eventuale cura. Con lo scorrere delle pagine, però, questa disperata ricerca cessa di esistere e ci si fa cullare dalla narrazione dell'infanzia, la narrazione dell'essenza, la distanza che spesso divide madri e padri. E poi si legge che non tutti i dolori sono docili, ma ci sono anche quelli rabbiosi che si vogliono scagliare contro chi si ama, come ha fatto il dolore del padre del bambino e che ha fatto scappare via la bambina sottile, la cui forma ha contagiato il mondo del bambino, quella forma e quel mondo che si chiamano amore.

Dentro quel tempo ammalato, il bambino era stato un bambino, poi era stato un ragazzo, cigolando dentro un silenzio assoluto. Aveva pregato ogni notte perché portasse un giorno diverso, ma il giorno che arrivava era sempre lo stesso, solo più stanco di quello che l'aveva preceduto.

Un bene al mondo di Bajani è più di quello che mi aspettassi: una fiaba onirica che disegna un quadro emozionale colmo di pathos e di coinvolgimento emotivo. L'ultimo libro del giovane autore romano, non a caso di ispirazione leopardiana, è scritto con una prosa incantevole, uno stile celestiale, una scrittura sofisticata che è pura poesia. Un storia di formazione profondamente emozionante che nelle sue poche pagine è capace di far venire la pelle sottile a chiunque e di segnarlo se non per sempre, quasi. Un bene al mondo, che ho amato con tutta me stessa, è un elogia al dolore e a come affrontarlo: con delicatezza, con dolcezza, per addomesticarlo ed essergli amico, invece che combatterlo come nemico. Perché alla fine il dolore c'è e ci sarà sempre, è parte di quella che è la vita, sta a noi decidere se farne un compagno di vita fedele o permettergli di essere bavoso e pericoloso pronto a fare del male a chi amiamo, anche a noi stessi. Sta a noi accettare il dolore, esattamente come accettiamo gioie e felicità.

Ma allo stesso modo in cui muoiono, a volte le cose ritornano a vivere. Così anche quelle parole, che sembravano morte, ripresero vita.

lunedì 10 aprile 2017

Le dieci regole del tuo Taccuino del positivo: come essere più positiva

Buongiorno, amante della lettura!
Oggi ti propongo un post diverso dal solito senza però allontanarmi dall'argomento cuore del blog. A febbraio, infatti, ti ho parlato con entusiasmo di "La tua seconda vita comincia quando capisci di averne una sola" e l'ho definito come inno alla positività e all'ottimismo. L'esordio dell'autrice non è un libro di self help come alcuni lo definirebbero, ma è semplicemente un romanzo leggerissimo che racconta di una vita che traballa e di come restituirle la sua stabilità indirizzandola verso una soluzione permanente, invece che sostenerla con un pezzo di carta piegato e optare per qualcosa di temporaneo che a lungo andare non fa che peggiorare le cose.
Assieme al libro ho ricevuto il Taccuino del positivo, un quadernetto con dieci passi per adottare la positività come filosofia di vita e una rubrica in ordine alfabetico in cui scrivere quelle cose che ci rendono felici o che hanno molta importanza per noi. Non essendo sicura che il Taccuino fosse in commercio con il libro, ho deciso di proportelo alla mia maniera con la speranza di regalarti per il tempo della lettura tante belle emozioni positive.

Positivo

1) Brontolaio
Hai mai contato le volte che in un giorno facciamo dei pensieri negativi? Io mai, e non voglio provarci perché credo che ne rimarrei sconvolta, soprattutto in quei periodi in cui chissà perché riusciamo a vedere tutto nero. Il principio del brontolaio è il seguente: ogni volta che ti lamenti, mugugni o fai un pensiero negativo infila un euro un un barattolo. Ora, se sei una studentessa universitaria e sei povera come tutti noi della stessa categoria, riduci un euro in anche venti centesimi. Fidati, non sarà quel complessivo ammontare in euro a farti riflettere, ma il dover ogni volta lasciare la monetina nel brontolaio.

2) Fare il gatto
Cioè "essere" senza la pressione del "fare". In altre parole, prenditi del tempo per te stessa per fare ciò che ami e ciò che ti rilassa. La sera dedica più tempo alla tua skin routine, ad esempio, o qualsiasi altra attività che ti permetta di essere te stessa e basta. Io quando posso mi alzo dal letto mezz'oretta prima della vera sveglia per leggere nel totale silenzio e sorseggiando il mio caffè.

3) Istanti di gratitudine
Essere grati per le piccole cose della quotidianità, quelle piccole gioie che fanno la vera felicità, ma anche per festeggiare nella parte più intima di te stessa il raggiungimento di un obiettivo che da tempo ti eri prefissata. Sii grata e goditi questo momento.

4) Macchina fotografica immaginaria
Ovvero cambiare la percezione che hai della realtà fissando l'obiettivo sul bello, sul piacere, sul percorso da fare e sulla meta finale senza mai perdere la bussola della positività.

5) Nutrire i propri ratti
I ratti sono brutti, tutti li disgustiamo e non vorremmo mai averci a che fare, giusto? Ora immagina che quei ratti siano le tue paure, le tue segrete ferite, quelle cose che ti bloccano e che ti portano a chiuderti a riccio a compiangerti e piangerti addosso. Smetti di nutrire i tuoi ratti perché prima o poi saranno così sazi e forti da mangiarti in un solo boccone! Tu sei forte e sei fantastica, credici e sii sicura di questo e di te stessa.

Positivo

6) Power Songs
Prenditi dieci minuti oggi e crea una playlist che ti metta le ali ai piedi, senza bevanda energetica, ma con tanta energia! Seleziono tutte quelle canzoni che ti fanno venire voglia di alzarti e muoverti. Balla, sorridi e scatenati!

7) Staccare i francobolli
O il cerotto, l'importante è che tu riesca ad esprimere le tue contrarietà ogni volta che se ne presenta l'occasione: un conflitto, un contrasto, un battibecco, una frecciatina. Non reprimere le emozioni negative che ne derivano perché sappiamo sia io che te che non ti farà bene e che potresti anche pentirtene.

8) Creatività amorosa
Non limitarti solo a San Valentino per fare qualcosa di diverso con il tuo Lui. Ogni tanto, infatti, sarà molto piacevole per voi fare qualcosa di creativo, fantasioso e diverso dal solito.
Se invece un Lui non esiste e stai bene così, idem! Visita luoghi diversi, mangia in ristoranti etnici, vai a quella mostra che aspetti da un sacco di tempo e abbandonati alla creatività perché lo sai che ti ami.
Ah, dimenticavo, Le due cose non sono assolutamente alternative.

9) Codice rosso
Ovvero un segnale che hai con qualcuno quando senti aria di tempesta, un avviso per evitare di essere aggressivi, di dire qualcosa che non vogliamo dire e di cui potremmo pentirci, alzare la voce e magari rendere qualcosa di piccola in una gigantesca montagna.

10) Taccuino del positivo
Una rubrica in cui annotarti in ordine alfabetico i tuoi piccoli e grandi successi, le tue piccole ma grandi gioie. Pensa ad una parola chiave e scrivila nel taccuino del positivo, senza dimenticare di descrivere nel dettaglio le emozioni che quella cosa ti ha provocato: rievoca il tutto e scrivilo. Si tratta di una specie di diario (te la ricordi l'ultima volta che ne hai scritto uno?) ma che puoi scrivere mentre aspetti di tirare fuori quella teglia di biscotti o quando ti aspetta un'ora di treno per tornare a casa da lavoro.


Ricordati però, che anche la giornata più brutta ha i suoi lati positivi e che non puoi cancellarla semplicemente via, ma cerca di fotografare quegli attimi in cui quella emozione negativa ti ha insegnato qualcosa e tu devi essere fiera. Vivi, sii positiva e sii felice!

giovedì 6 aprile 2017

Recensione: Tutta colpa della mia impazienza (e di un fiore appena sbocciato) di Virginia Bramati

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione sull'ultimo romanzo di Virginia Bramati, che l'ultima volta è stata sul blog con Meno cinque alla felicità e che sboccia con la sua ultima storia proprio l'8 marzo; quando si dice belle coincidenze.


Titolo: Tutta colpa della mia impazienza (e di un fiore appena sbocciato) 
Autore: Virginia Bramati
Editore: Giunti Editore
Prezzo: €14.90
Data di uscita: 8 marzo 2016


Sinossi:
Il nuovo romanzo di Virginia Bramati, che racconta di Agnese, l'adorabile protagonista a cui improvvisamente muore la madre, e che si ritrova a fare i conti con i ritmi lenti della campagna, sullo sfondo di una Brianza sorprendente e rigogliosa, non lontano dal magico borgo di Verate che le sue lettrici hanno imparato ad amare. Agnese è una ragazza esuberante, autonoma, insofferente verso tutto ciò che frena la sua corsa, ma improvvisamente, la vita prende una piega terribilmente dolorosa e si ritrova scaraventata dal centro di una metropoli che non dorme mai, in una grande casa lungo un fiume, immersa nei ritmi immutabili della campagna. Una grande casa in campagna. Una madre morta troppo presto. Un giovane medico dagli occhi buoni e misteriosi. E un'estate in cui tutto sta per cambiare. Pagina dopo pagina, scopriamo insieme ad Agnese la saggezza nascosta nei gesti semplici della cura dei fiori: perché la felicità è più vicina di quanto pensiamo, se solo sappiamo rallentare e guardarla negli occhi.


Recensione:
È sempre molto bello osservare la maturità che vive uno scrittore che hai conosciuto sin dall'esordio. E bello è stato anche con Virginia Bramati che passando da Mondadori a Giunti ha cambiato editore ma anche modo di raccontare, il quale si è fatto più profondo e approfondito per quel che riguarda la psicologia dei personaggi che hanno abbandonato quella patina superficiale che spesso dava loro poco spessore e sono diventati più reali, più umani, più facili da conoscere e da amare. Prima fra tutti la dolce e impaziente Agnese che si vede affrontare la perdita della madre così giovane e, quindi, a vedere il mondo con una diversa prospettiva senza mai lamentarsi e senza diventare un ostacolo per il dolore inconsolabile del padre. Agnese imparerà l'arte della pazienza mentre i fiori di casa inizieranno a sbocciare richiedendo la massima cura e a sbocciare, quell'estate, non sono solo i fiori, ma anche quel semplice e tenero sentimento che si chiama amore, mentre l'esame della maturità è sempre più vicino. Poi c'è Adelchi, un ragazzo "orsacchiotto" tutto versi e poesia, uno di quelli che sembrano aver sbagliato epoca e affascinano sempre i loro interlocutori. C'è la zia di Agnese ancorata ai suoi ideali di alta borghesia e che ancora dà importanza ai titoli come duca e conte, come quello del Conte che sembra proteggere tutto Terzi. E poi c'è lui, Marco, l'uomo che qualunque donna vorrebbe avere al suo fianco ma che rimane distante e impenetrabile.

Si andava dal giallo deciso dei fiori di tarassaco a quello più leggero dei ranuncoli, fino alla sfumatura fluo della colza, vero shock per gli occhi.Poi il bianco delle margherite, tutte le sfumature del rosa dei viali fioriti (dal confetto al fucsia), i colori tenui delle magnolie giapponesi che mostravano la loro leggiadria al di là dei cancelli e muretti. Primule e viole del pensiero nei giardini e sui davanzali. Di nuovo i rosa e i bianchi delle piante da frutto in fiore.E la forsizia, la prima a riempire di sole gli angoli di corti e giardini.

Tutta colpa della mia impazienza è un romanzo che è una boccata d'aria fresca per i lettori che vogliono prendere un bel respiro profondo, ma anche per quelli che come me hanno avuto un'anticipazione della primavera con l'ultimo romanzo di Virginia Bramati. Infatti l'autrice ha questa grandissima e notevole capacità di saper evocare, attraverso le sue descrizioni, la natura che si risveglia. Ed è un attimo che si sente l'erba solleticare le gambe e il fresco degli abiti floreali addosso, un attimo e si sente l'aria piena di pigrizia durante i pomeriggi caldi, l'odore dell'estate nella sua più affascinante manifestazione e, sì, è un attimo e si è lì, nella provincia lombarda che mai abbiamo visto ma che conosciamo come se ci fossimo stati. Questo è il punto forte del romanzo di Virginia Bramati che con la storia di Agnese, la sua crescita personale, un mistero da risolvere e un segreto da svelare, si supera trattando temi delicati senza essere mai pesante, anzi, leggerezza è il suo secondo nome, ma senza essere nemmeno superficiale. Tutta colpa della mia impazienza (e di un fiore appena sbocciato) è quel libro che tutti noi vorremmo leggere per abbandonare il qui e il adesso per viaggiare con la mente nella maniera più spensierata possibile grazie ad uno stile ed una scrittura che più scorrevoli di così non si può.

martedì 4 aprile 2017

Riepilogo mensile di marzo


Buongiorno, amanti della lettura!
Marzo è terminato con il suo brutto tempo dopo averci dato l'illusione di una primavera anticipata. Questo è il periodo che più preferisco dell'anno perché mi innamoro ciclicamente della primavera: sono con la testa sulle nuvole, sono sempre felice e succede sempre qualcosa che cambia la mia vita. Amo questi mesi e il risveglio della natura, come amo prendermi molto tempo per me stessa e dedicarlo a ciò che mi fa sentire bene. In primis leggere, leggere tantissimo. Ecco qui le prove del mio marzo letterario.

 


Avevo alte aspettative su L'ultimo dipinto di Sara de Vos, sperando che fosse come La ragazza delle fragole. E invece alla fine l'ho trovato "troppa arte, poca trama" oltre che un po' noiosetto.
Vicini alla terra è uno di quei libri che sciolgono il cuore anche al più insensibile degli animi.
La memoria dell'acqua è stata una lettura lampo di una domenica mattina uggiosa: una graphic novel carina e perfetta per gli amanti del paranormale.

 

La fragilità delle certezze è stata una bellissima lettura che mi ha fatta riflettere molto sull'alternarsi delle generazioni oltre a farmi fare degli interrogativi sul nostro futuro di giovani italiani.
Il segreto di Leila è stata una lettura angosciante perché è impossibile non arrabbiarsi, commuoversi e indignarsi di fronte alle atrocità psicologiche e fisiche che certe persone subiscono in alcune aree del mondo.
Banche: possiamo ancora fidarci? è un saggio economico molto interessante che mi ha fatto rivalutare Federico Rampini come scrittore.

 

Finalmente noi è assolutamente una di quelle letture che nessuno di noi, o almeno credo, vorrebbe fare.
Golda ha dormito qui, invece, è uno di quei libri che tutti dobbiamo leggere per approfondire meglio la questione politica tra Israele e Palestina e, soprattutto, chiedersi chi si sta riscattando nella storia a spese di un altro popolo. A presto con la recensione.
Un bene al mondo è una fiaba struggente e meravigliosa che ho amato con tutta me stessa. Ve ne parlerò meglio nella recensione.

 

Il salto è stata una lettura straziante e uno sfogo controllato e per niente drammatico di un dolore mai superato, quello della perdita.
La femmina nuda è il racconto di un'ossessione che mi ha affascinata moltissimo, complice la scrittura limpida di Elena Stancanelli. Spero di parlarvene presto nella recensione.
Tutta colpa della mia impazienza (e di un fiore sbocciato) è stata uno quelle letture che portano una ventata di aria fresca oltre che tanta voglia di primavera e di innamorarsi. A presto con la recensione.
Nel giardino dell'orco, infine, è un libro da cui mi aspettavo di più: più passione, più pathos, più soddisfazione. Ve ne parlerò meglio nella recensione.
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Un mese ricchissimo che non credo replicherò per via dello studio e di altri progetti che vorrei seguire senza sovraccaricarmi, ma che mi rimarrà impresso per delle bellissime letture come Un bene al mondo e Il salto. Quali sono invece le vostre migliori letture di marzo? :)
Un abbraccio enorme!

venerdì 31 marzo 2017

Recensione: Banche: possiamo ancora fidarci? di Federico Rampini

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi mi calo anche nei panni di studentessa di Economia e vi parlo di Banche: possiamo ancora fidarci?, un saggio che mi è piaciuto tantissimo e che so già rileggerò almeno una seconda volta. Non sono nuova alle letture di Federico Rampini, perché avevo già letto e apprezzato poco Banchieri: storie del nuovo banditismo globale. Con il nuovo libro, però, l'economista e giornalista italiano si guadagna la mia fiducia di lettrice e studentessa. Ma noi, come risparmiatori, possiamo ancora fidarci delle banche dopo questi ultimi anni bui? E' quello a cui Federico Rampini cerca di rispondere.


Titolo: Banche: possiamo ancora fidarci?
Autore: Federico Rampini
Editore: Mondadori
Prezzo: €15.00
Data di uscita: 5 aprile 2016


Sinossi:
Il 2015 verrà ricordato per uno shock a cui gli italiani non erano abituati né preparati. Sono fallite delle banche. Piccole, ma non trascurabili. La protezione del risparmio è stata messa in dubbio. Un brivido di paura si è diffuso perfino tra i clienti di altre banche più grosse e più solide, perché nel frattempo entravano in vigore nuove regole, imposte dall'Europa, che comportano maggiori rischi per i risparmiatori. Sono così venute alla luce storie tragiche: cittadini ingannati, titoli insicuri venduti agli sportelli bancari, obbligazioni travolte nei crac. In parallelo, brividi di paura sulla tenuta delle banche si sono manifestati anche in altre parti del mondo: in Cina e persino nell'insospettabile Germania. E a preoccuparci non ci sono solo le banche private, quelle dove abbiamo i conti correnti e i libretti di risparmio. Anche quelle che stanno molto al di sopra, le istituzioni che dovrebbero governare la moneta e l'economia, non offrono certezze. In America, nell'Eurozona o in Giappone, la debolezza dell'economia ha rivelato errori e limiti delle banche centrali. In un'epoca come questa, in cui i redditi da lavoro diventano incerti o precari, il risparmio è ancora più importante che in passato. Ma possiamo fidarci di chi ce lo gestisce?


Recensione:
La crisi economica e finanziaria del 2008 è stata una delle peggiori della storia e ancora oggi, dopo nove anni, ne sentiamo gli effetti. Ha messo in ginocchio le banche più grandi e quelle più piccole ma, soprattutto, ha dato una mazzata ai risparmiatori. Federico Rampini nel suo ultimo libro parla di quelli italiani, i quali dopo il fallimento della Banca Etruria e co sono perennemente in stato d'allerta per i loro soldi e se questi sono gestiti nella maniera più giusta e, soprattutto, con trasparenza. Trasparenza perché mai nel mondo bancario si è assistito a così tante scorrettezze e abusi da parte degli istituiti finanziari, uno delle cause e sintomi della crisi del 2008.
Federico Rampini non parla solo di trasparenza, ma anche di alfabetizzazione della finanza, del tempo che si potrebbe dedicare all'insegnamento dell'abc del risparmiatore e, assurdo a dirlo, nello spiegare allo sportello bancario cosa si offre ai propri clienti e tutto ciò che ne concerne. Infatti, Rampini denuncia in qualche modo le banche che impartiscono ordini ai loro dipendenti di vendere senza che questi siano veramente a conoscenza di ciò che offrono al cittadino: il bancario è egli stesso vittima di un sistema perverso dove lo scopo ultimo è quello di vendere facendo l'interesse della banca, e non quello del risparmiatore.
Rampini, però, non parla solo del risparmiatore ma anche delle piccole medie imprese italiane che ancora dipendono tantissimo dalle banche e dai loro finanziamenti, a differenza di altri paesi - tipicamente quelli angloamericani - dove le aziende hanno imparato a diversificare le loro fonti di capitale.  Rampini, poi, fa la differenza tra Italia e America, sua seconda patria da molti anni, spiegandoci perché il paese da cui è scattato l'effetto domino della crisi è stato anche il primo a riprendersi. L'America non ha eccelso solo in questo, ma anche armandosi di trasparenza senza mettere la testa nella sabbia, annunciando grandi perdite invece di nasconderle.
E, infine, l'economista e giornalista distrugge lo stereotipo tedesco per cui le banche della Merkel siano più forti delle italiane

Banche: possiamo ancora fidarci? è un saggio economico che considero alla portata di tutti, anche di quelli che hanno poca familiarità con il gergo economico, perché l'autore ha la grandissima capacità di spiegare ogni tema in poche parole e in maniera chiarissima. Considero il suo ultimo libro un modo per colmare quella cultura finanziaria di cui lui stesso parla all'inizio e alla fine del libro, per comprendere meglio quello che leggiamo sul giornale senza dare per buono l'informazione che ci arriva solo perché non siamo competenti nella materia. Scritto in maniera davvero scorrevole, senza annoiare e senza troppi giri di parole il saggio di Federico Rampini è perfetto per chiarirsi le idee e imparare, ché non è mai tardi per farlo e, infine, Rampini cerca di rispondere alla domanda che ci siamo fatti tutti prima o poi, a dare un senso a quella diffidenza che proviamo verso le banche, con la conclusione proverbiale che fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

martedì 28 marzo 2017

Recensione: Il salto di Sarah Manguso

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia sentita opinione su "Il salto" di Sarah Manguso, la quale ci racconta di perdita e di dolore; la sua perdita e il suo dolore.


Titolo: Il salto. Elogia per un amico
Autore: Sarah Manguso
Editore: NN Editore
Prezzo: €16.00
Data di uscita: 16 marzo 2017

Sinossi:
"Gli piaceva il pesce bianco mantecato. Gli piaceva bere il Manhattan. Era saltato davanti al treno, fine della storia". Il 23 luglio 2008, a New York, Harris J. Wulfson si getta sotto un treno della metro. Harris amava la musica e le donne, aveva un lavoro, un amore e una vita piena, a tratti felice. Soffriva, però, di episodi psicotici, ed è dopo uno di questi che fugge dall'ospedale dove è ricoverato e si lancia nel bagliore di un treno in arrivo alla stazione. Per Sarah Manguso la scomparsa di Harris è la perdita di un amico, il più caro, il più intimo. Ma l'autrice non vuole ricostruire le circostanze del suicidio e neppure scrivere la sua biografia. Il salto è un memoir, una meditazione e un libro sulle parole: amicizia, memoria, dolore, morte. Parole sincere, perché precise e delicate. E immortali, perché materia della vita e di tutte le storie. Ma soprattutto parole coraggiose e necessarie, perché maneggiare il dolore è difficile e faticoso, a volte quanto provarlo, ma aiuta ad accettare il distacco, anche quello definitivo, e a fare il salto verso l'amore e l'infinito.


Recensione:
Bene o male tutti abbiamo perso qualcuno che amavamo, ed ogni perdita è unica, personale e non si possono confrontare più perdite sullo stesso piano. Ogni lutto è privato. Tuttavia, però, non è neanche difficile entrare in empatia con chi come noi vive lo stesso calvario, non è difficile entrare nel lutto privato di Sarah Manguso e allinearsi al suo male. La giovane autrice ci invita ad assistere al suo esorcismo del dolore, il quale si è impossessato della sua mente esattamente come un dybbuks - uno spirito maligno - si è appropriato del corpo di Harris, il suo amico più intimo, il fratello dal sangue diverso, il compagno della sua anima. Harris soffriva di episodi psicotici e ha tentato di salvarsi andando in ospedale a farsi curare, invece il suo malessere si amplificato sempre di più fino ad esplodere in un pensiero ciclico della durata di dieci ore, quelle ore in cui Harris ha vagato per la città sotto una pioggia battetene dopo essere scappato dall'ospedale, quelle ore che si sono concluse con un salto nel vuoto, con l'impatto contro un treno in corsa. Ci vuole un attimo, solo un attimo, e la vita che non c'è più ha il suono di un brevissimo scontro.

Mi ero tanto sforzata di dimenticare la morte di Harris che ormai i ricordi sono vaghi, erosi dal tempo, ricoperti dalla polvere di tutto quello che è accaduto poi. Ma ora voglio ricordarla, e impedire che mi tormenti.

Sarah Manguso, anche se dopo aver spogliato senza pudore la sua vita privata e i suoi pensieri più intimi mi sento di chiamarla solo Sarah, aveva l'intenzione di scrivere un libro che ricostruisse proprio quelle dieci ore in cui Harris aveva ancora un corpo, e invece ha finito per scrivere pagine e brevi paragrafi in successione che sono fotografie di emozioni, di riflessioni e di pensieri sempre lucidi, tipici di chi ha il sangue freddo. Sarah con Il salto sembra un artigiano dalle mani delicate e precise che cerca di dare forma a quel che provano i sopravvissuti, i superstiti, quelli che sono talmente fortunati da essere ancora vivi. Sarah non si vergogna di dire che lei stessa ha sofferto di episodi psicotici e risoluta dice anche che il farmaco che viene somministrato in questi casi è la causa della morte di Harris, perché fa perdere il controllo del proprio corpo, ci si vuole togliere via la pelle, non la vita, ma si è disposti a tutto pur di porre fine a quell'irrequietezza che il corpo trasmette alla mente.

All'inizio pensavo che la morte fosse una cosa a sé stante, un oggetto nel mondo, un pezzo di tempo e spazio.

Il salto di Sarah è un libro di quelli la cui brevità è capace di distruggere, parla di perdita, di quanto sia difficile superarla figurarsi accettarla, di come quei superstiti di cui parlavo prima o poi cadono in un vortice di sensi di colpa e di responsabilità. Il salto, scritto con pazienza e con una prosa stanca, esausta e quasi rassegnata, parla anche di quanto sia difficile dire addio a chi va via ponendo in contrasto realtà e follia. Ma Sarah non cade mai nel tragico, sebbene la sua disperazione sia ben composta e ha le sembianze di una disperazione anziana, di quelle che hanno dell'esperienza dettata dal tempo passato. Il tempo che passa, ma che non cura mai quella ferita aperta; un libro che è bellissimo e che lascia il segno.

Quello che non riesco ad accettare non è la morte di Harris, ma che non sia più vivo.

giovedì 23 marzo 2017

Recensione: Finalmente noi di Tijan

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su Finalmente noi, un libro che è partito bene ma che poi io e Maria abbiamo trovato sconvolgente. Chi è Maria? Perché sconvolgente? Ve ne parlo nella recensione.


Titolo: Finalmente noi
Autore: Tijan
Editore: Garzanti Libri
Prezzo: €16.90
Data di uscita: 2 marzo 2017


Trama:
Samantha ha diciassette anni e pensa di avere una vita perfetta. Brava a scuola, un fidanzato innamorato, delle amiche fedeli. Ma quando un giorno rientra in casa, sua madre, con gli occhi bassi, le confessa di aver lasciato suo padre per un altro uomo: lei e Samantha si trasferiranno a casa sua. Ma il peggio deve ancora venire, perché Sam sarà obbligata a vivere con le persone che odia di più al mondo: Mason e Logan Kade, i figli del nuovo compagno della madre. Li conosce di fama, ma lei non ci ha mai voluto avere nulla a che fare. Campioni di football, attaccabrighe, ribelli, con una ragazza diversa ogni giorno. I più temuti del liceo. I primi giorni in casa, Sam decide di evitarli. Anche se avverte sempre su di sé gli occhi magnetici di Mason. Prova a resistere, ma giorno dopo giorno è più difficile. Perché sotto il suo sguardo si sente come non si è mai sentita, come nessuno l’ha mai fatta sentire. Mason è l’unico che la sa capire, che conosce la strada per il suo cuore. Ma la loro è una storia che sembra impossibile: le loro famiglie si oppongono, e a scuola hanno tutti contro. Finché un segreto terribile non cambierà completamente i loro destini… 
Inizialmente autopubblicato, Finalmente noi ha scalato le classifiche del «New York Times». Passioni proibite, tradimenti inconfessabili, un amore da togliere il respiro fanno di Finalmente noi il romanzo da non perdere per nessun motivo al mondo.


Recensione:
Chi mi segue da tempo ormai sa che non leggo molti young adult, ma quando mi capita di leggerli vorrei che fossero capaci di scacciare via i pensieri e che scorrano velocemente. Sarà per questo che dopo letture intense quali Sembrava una felicità e Il nido, ho sentito il bisogno di staccare e immergermi in una storia leggera; ed è così che Finalmente noi mi capita tra le mani. Per poco, però, perché Maria, mia sorella, me lo ruba subito e inizia a leggerlo; ma dopo duecento pagine afferma che è sconvolgente e lo lascia sullo scaffale. Ma dài, addirittura: sono curiosa, lo inizio, e per duecento pagine è scorrevole e mi regala delle ore di relax, prima che tutto precipitasse però.

Aveva ragione Maria: è sconvolgente. Finalmente noi di Tijan è uno di quei libri che non consiglierei mai, soprattutto a una ragazzina di tredici anni, ché si sa che a quest'età si è facilmente influenzabili e la società in cui viviamo di certo non aiuta. Finalmente noi non è una storia d'amore, o almeno, non è solo questo: detto da me, con tutte le mie idee aperte al mondo e il modo in cui sono dalla parte della disinibizione mentale, mi sono trovata a pensare che il primo della serie di Tijan è un libro che incita a tutto ciò che invece la letteratura deve debellare: odio, vendetta, donne che si fanno trattare come oggetti sessuali, violenza, poca empatia con le persone, con il prossimo, e un comportamento irrispettoso nei confronti dei genitori che, sì, possono sbagliare come tutti, ma rimangono sempre i propri genitori che se subiscono una violenza davanti ai nostri occhi, non possiamo rimanere immobili ad assistere. E poi, sono sicura, ci metto anche la mano sul fuoco, ma anche la ragazza meno romantica e più cinica del mondo, quindi che a cui vengono i brividi quando le si dice che è bellissima, vorrebbe sentirsi dire quanto di seguito:

- Stasera mi scoperai intensamente e a lungo - Ho sorriso. Era quello che qualsiasi ragazza avrebbe voluto sentirsi dire.

Finalmente noi è un youg adult, lo so, ma come tutti i libri deve insegnare qualcosa a quelle piccole donnine che lo leggono e di certo non insegnerà il femminismo; ma come sorella e come donna vorrei che quando lo leggesse un'altra tredicenne come mia sorella non apprenda che può farsi trattare da zerbino da chiunque, che non può arrivare alla linea di confine che divide normalità e violenza, che non deve donare il suo corpo per un briciolo di popolarità scolastica. Vorrei anche che sapesse che la scuola non è il luogo di ritrovo di gang come invece lo è in Finalmente noi, dove si parla di essere potenti, di dichiararsi guerra e di essere nemici in lotta per chi deve essere leader del gruppo delle cheerleader o qualsiasi altro gruppetto.

Al di là di quello che direi ad una Maria, che sia mia sorella o solo un'adolescente che va in libreria e opta per un libro di questo tipo, e andando al tema della scrittura, penso che Finalmente noi sia caratterizzato da una scrittura a dir poco immatura: le dinamiche si confondono a causa di una capacità descrittiva non sviluppata e una penna frettolosa, talmente impaziente da accumulare in pochissime pagine eventi e vicende che hanno del traumatico, le quali non sono presenti neanche nella telenovela latinoamericana più stereotipata della televisione. Ultima ma non meno importante e, anzi, l'elemento più importante di un libro indipendentemente dal suo genere di appartenenza, la trasmissione delle emozioni perché non c'è nulla di più brutto del leggere pagine e pagine scritte senza provare un minimo di sentimento, senza sentirsi coinvolti, senza neppure poter dire che, dài, alla fine è una lettura leggera che per qualche ora ti rilassa. Di certo, poi, non è una bella lettura se per tutta la durata del libro non si fa altro che alzare gli occhi al cielo.

martedì 21 marzo 2017

Recensione: Il segreto di Leila di Kooshayr Karimi

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi parlo di un libro a cui tengo in modo particolare perché lo reputo come un'arma contro l'ignoranza, anche se Il segreto di Leila non è solo questo.


Titolo: Il segreto di Leila. Un medico coraggioso
sfida i tabù nell'Iran del fondamentalismo
Autore: Kooshayr Karimi
Editore: Giunti Editore
Prezzo: €18.00
Data di uscita: 8 giugno 2016


Trama:
Leila si presenta al dottor Karimi nel suo ambulatorio di Quchan, una città della provincia iraniana, quando nascondersi non le è più possibile. A lui basta uno sguardo per capire che la ragazza è già all'ottavo mese di gravidanza e che esiste un solo modo per salvarla. Non è la prima volta che il dottore aiuta una donna che rischia la lapidazione. Lo fa da anni mettendo in pericolo se stesso e la propria famiglia, lo fa perché antepone la vita all'onore e perché ha imparato, dalla strada che lo ha cresciuto, a occuparsi degli ultimi. Con ferrea volontà è diventato medico, ha scoperto i libri e ha imparato ad amarli. Proprio come Leila, che ha cominciato da autodidatta e in completa clandestinità a conoscere la letteratura. Sognava l'università, per non arrendersi al destino, già scritto per lei, di moglie senza amore. Ora chiede disperatamente aiuto: in pericolo non ci sono le sue aspirazioni, ma la sua vita e quella del bambino che porta in grembo. Nell'incontro, in quelle drammatiche circostanze, il dottore e la ragazza scoprono un'affinità, stringono un legame profondo, che li renderà indimenticabili l'uno per l'altra. Molti anni dopo, rifugiato politico dall'altra parte del mondo, il dottor Karimi ha deciso di raccontare la propria storia e quella di Leila in questo libro a due voci.


Recensione:
Quanta fatica che ho fatto per leggere Il segreto di Leila, quanta angoscia che ho provato a leggere, ancora, della non-vita che conducono le donne dell'Iran. Il paese nel mirino dell'Occidente per tutti quei diritti umani violati e in continua repressione, l'Iran che pratica la lapidazione e la condanna a morte per donne adultere, donne che perdono la verginità prima del matrimonio, uomini che anch'essi tradiscono la moglie, dove si condanna all'impiccagione l'omosessualità e dove è permesso che le donne siano schiave degli uomini a cui appartengono: padri, fratelli e per il resto della vita anche dai mariti. Il libro del dottor Karimi è sconvolgente anche per una come me che sente e vede tutto questo di continuo nei media arabi, eppure ogni volta è come se fosse la prima. Fa rabbia leggere di queste vicende reali, sebbene ogni tanto modificate o usati nomi falsi, perché ci si rende conto anche della contraddizione che questo paese vive e che viene sempre legato all'islam, quando con questa religione non ha nulla a che vedere. Noi che abbiamo la possibilità di leggere e di recarci nelle biblioteche dovremmo informarci per capire esattamente di cosa parliamo e smettere di credere e cadere nel terrore che i media occidentali trasmettono ogni giorno nei nostri TG serali.

Non c'è spazio per la tolleranza in una società dove il valore di una persona è giudicato in base alla fede e al genere. Alle donne è proibito cantare, ballare e scoprire i capelli in pubblico. Non hanno il diritto di divorziare, né di rendere una testimonianza in tribunale. Governi religiosi del genere sono l'espressione politica dell'ignoranza.

Di sicuro in Iran le donne non possono leggere e, infatti, nel libro di Karimi la giovane protagonista una volta al mese ha il permesso di recarsi assieme alla sorella maggiore in biblioteca e tornare a casa con un libro da leggere di nascosto. Ma Leila non vuole solo questo: lei sogna un paese in cui può studiare e diventare un'insegnante, sogna di potersi togliere il chador e sentire l'aria sul viso, sogna di poter essere libera di sorridere per strada, di parlare e guardare un uomo negli occhi senza avere timore di essere punita per questo, sogna di provare quello che ogni essere umano desidera: l'amore, sogna di vivere, semplicemente. Ed è grazie ai libri, grazie alla sue emotività, al proibito che spinge a fare quel che non si deve, che un giorno si innamora. Un fattaccio che cancella il modo con cui guarda il mondo, sopprime la sua ingenuità mentre il pensiero della morte le fa visita sempre più spesso. Sarà proprio questo fattaccio a far incontrare Leila e il dottor Karimi, a far sì che si riconoscano, loro due che amano la letteratura e sognano un paese libero. Soprattutto Karimi che nel suo piccolo decide di reagire al fondamentalismo facendo interventi illegali a donne disperate che vogliono abortire o che vogliono ricostruire la loro verginità.

Dopo aver ascoltato la storia di Leila, mi è sembrato quasi che io e lei avessimo contratto un matrimonio di angoscia e tristezza, un legame rituale che ha lasciato un po' del suo sangue nelle mie vene, e un po' del mio nelle sue.

Storie come questa, di Leila e del dottor Karimi, hanno un finale comune che non è assolutamente lieto. In realtà non lo è mai ovunque si trovi oppressione e fondamentalismo, dove la liberà ha un costo ben preciso che è la vita. Il segreto di Leila è un libro non fiction che più duro e crudo non può essere, ogni pagina è un pugno nello stomaco, un colpo al cuore, un mucchio di emozioni che fanno a botte: rabbia, tristezza, angoscia, indignazione. Un libro che si divora nonostante tutto, ma da leggere quando si è rilassati e liberi da preoccupazioni e pensieri per la testa, altrimenti si rischia di non apprezzarlo appieno, di provare solo un'angoscia infinita. Il segreto di Leila è un libro di quelli che tutti devono leggere per aprire gli occhi e, anche se ci sentiamo impotenti, realizzare di essere liberi e sfruttare al meglio questa libertà, questa democrazia della persona che tutti abbiamo, la possibilità di scegliere e di decidere.

Siamo come due corpi e un'anima, io e lui, entrambi soli in una terra straniera alla ricerca di qualcosa, nel tentativo di capire cose che non sembra abbiano molto senso.

venerdì 17 marzo 2017

Recensione: La fragilità delle certezze di Raffaella Silvestri

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione sul raffinato e bellissimo La fragilità delle certezze di Raffaella Silvestri.


Titolo: La fragilità delle certezze
Editore: Garzanti Libri
Prezzo: €16.90
Data uscita: 23 febbraio 2017


Trama:
Milano. Anna ha trent’anni e da sempre si sente fuori posto. Fuori posto al liceo e all’università che ha frequentato. Fuori posto nella sua famiglia, dove l’hanno sempre fatta sentire ingrata e inadeguata. Fuori posto nella sua relazione con un uomo più vecchio di lei, Valerio, il suo professore di teatro e attore famoso che si fa vivo solo quando vuole lui. Fuori posto a Milano, la città dei vincenti. Fuori posto anche con sé stessa, come se niente potesse cancellare un evento che ha segnato la sua adolescenza. Eppure, nonostante le sue insicurezze e le sue paure, Anna è tenace nell’andare avanti ed è riuscita ad avviare una startup di successo. Teo è il socio di Anna, un trentenne che sembra aver avuto tutto dalla vita e che ha deciso di scommettere sul suo futuro. Dopo la laurea in Bocconi e una carriera rampante, Teo ha abbandonato il pensiero muscolare al quale era stato addestrato nell’azienda in cui ha lavorato. Tra loro nasce qualcosa di impalpabile, che serpeggia nell’elettricità che pervade ogni loro conversazione. Sono divisi da quella che sembra una differenza inconciliabile, eppure devono affrontare insieme le difficoltà quando la loro startup viene travolta da un tracollo finanziario. E la loro personale battaglia si intreccia indissolubilmente alla storia italiana che, dopo aver promesso una crescita culturale, sociale ed economica che non ci sarebbe mai stata, ha dato tantissimo a una generazione, ma ha tolto tutto a un’altra. Il passato e il futuro sono le due forze che spingono Anna e Teo ora verso la rassegnazione, ora verso quella pericolosa parola che è «speranza». La speranza di due anime tradite che nonostante tutto combattono.


Recensione:
Un ossimoro sulla copertina, come poteva non affascinare una come me che i libri li sceglie in base al titolo? Eppure ero titubante, vuoi perché io i trenta non li ho ancora compiuti, vuoi perché non volevo guardare in faccia al mio futuro, non sapevo se dare un'occasione al secondo romanzo di Raffaella Silvestri. Alla fine ho ceduto, perché è l'unica cosa che si fa per darsi pace nella letteratura: abbandonarsi alla tentazione. E, alla fine, il libro di questa talentuosa autrice italiana mi è entrato nel cuore con la prima pagina, e me ne ha rubato un pezzo con l'ultima.
Letto lentamente, perché condensato del male di vivere di una generazione abbandonata a se stessa, La fragilità delle certezze pare proprio una denuncia di una società che ormai conosce solo quel modo di vivere. Tutti quei giovani che dovevano essere il riscatto dei genitori, reduci da un mare di sacrifici per garantirsi una vita da benestanti; tutti quei giovani che sono degli investimenti che devono portare a dei ritorni, tutti quei giovani che scelgono i loro percorsi di studi pensando in termini economici: scegliere l'università che in poco tempo, dopo essersi laureati, possa rimborsare le spese sostenute. Non importa se si diventa degli squali, come Teo, che lui non affronta il problema, affronta i temi: una cosa forse insegnatoli alla Harlington, forse per non creare il panico nei clienti, forse perché davvero ha tutto sotto controllo. Non importa neanche se Anna a trent'anni conosce una dipendenza che forse è meglio del panico della vita.

D'altra parte, proprio ai tempi in cui questi figli facevano l'università - avendo più o meno assorbito e ascoltato i suggerimenti dei genitori - era scoppiata la crisi economica più grande di sempre, più grande ancora ancora d quanto loro ai tempi potessero comprendere o immaginare.None era scoppiata, veramente, perché non c'era stato nessun botto, nessun rumore eclatante. Si era più che altro diffusa, come un contagio, sotto forma di immobilismo, di crescita zero, di incertezza. Le lauree utili poco tempo dopo, avrebbero perso la loro garanzia di utilità.

Si tratta di esistenze giovani, esistenze che dovrebbero conoscere solo la gioia e la luce dei sogni, la serenità di avere delle speranze che non assomiglino a delle illusioni. Si tratta dei giovani italiani dimenticati dallo Stato, si tratta del futuro dello stesso, senza radici, disorientato, che conosce solo la precarietà. La precarietà nel lavoro, la precarietà causata da un presente dove la stabilità sembra un vocabolo ormai privo di senso. Lo sa bene Anna, bella ma trascurata, che da anni è vincolata da Valerio che i suoi anni non li ha più, ma che rimane ancorato alla protagonista e come una sanguisuga si ciba della sua giovinezza, lui che ormai la sua vita l'ha già fatta. E lei, incapace di reagire perché ogni reazione è priva di eco, cade nel vuoto di una società e di un governo sordi.

E ad un tratto le pare di non aver mai desiderato davvero niente di diverso nella vita, se non di essere lasciata in pace, dagli altri, dagli obblighi, dalle responsabilità di crearsi un futuro da persona adulta: un futuro stabile, indipendente, fatto di lavoro e di fatica e di giusto guadagno come era già il presente dei suoi genitori. Da quanto tempo sentiva questa pressione? Quand'è cominciata? Le pareva di averla avuta addosso da sempre.

La fragilità delle certezze è un romanzo corale che alterna passato e presente, dove questi solo alla fine sembreranno incrociati in maniera indissolubile; un romanzo con poca trama ma che è un viaggio nell'essere di Anna, Teo e Valerio. La fragilità delle certezze, scritto in modo così elegante e sofisticato, non per tutti e che richiede attenzione e concentrazione, è un libro introspettivo che nel mio caso ha superato le aspettative regalandomi delle pagine intrise di emozioni che, anche se sono ancora lontana dagli enta, mi sono familiari e la consapevolezza di questo mi ha resa malinconica, come se non ci fosse un futuro diverso e migliore, come se le certezze fossero davvero frangibili. Ma una volta chiuso il libro e aver fatto decantare qualche ora ho invece realizzato che la vita va avanti, l'importante è non perdersi dentro se stessi, liberarsi di tutti quei pesi che condizionano la nostra visione apocalittica di futuro, l'importante è non farsi succhiare via la vitalità e i sogni. Soprattutto loro, i sogni.

Come se il mondo fosse fatto di tormentatori e lei dovesse scansarsi, sopravvivere, sopportare, reagire. Fatica. Energia.

mercoledì 15 marzo 2017

Recensione: La memoria dell'acqua di Mathieu Reynès e Valérie Vernay

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo qualcosa di diverso dal solito parlandovi de "La memoria dell'acqua", una graphic novel cupa con un pizzico di paranormale, nella quale gli occhi del lettore vengono immersi in un blu che, a seconda delle emozioni da trasmettere, assume tantissime sfumature.


Titolo: La memoria dell'acqua
Autore: Mathieu Reynès e Valérie Vernay
Editore: Tunué
Prezzo: €16.90
Data di uscita: 2 febbraio 2017


Trama:
Nell'isoletta dove si è appena trasferita con la mamma, Marion può dare sfogo a tutta la sua curiosità esplorando ambienti per lei del tutto nuovi. Ma cosa sono quelle strane rocce scolpite? E l'inquietante guardiano del faro? Che c'entrino qualcosa le vecchie leggende locali?


Recensione:
Marion è una ragazzina pacata che sostiene la madre nella sua decisione di tornare nella vecchia casa della nonna, per lasciare il passato alle spalle e cominciare daccapo una nuova vita lontano dalla città e, soprattutto, da una padre che ha una crisi di mezz'età. Mentre il trasloco sta avvenendo Marion, con il suo carattere avventuroso, parte alla scoperta dell'isoletta che sarà la sua casa. A colpire Marion sono delle sculture inquietanti che portano delle incisioni scalfite, e l'atmosfera si fa ancora più cupa e misteriosa quando la piccola protagonista inizia a fare domande ai cittadini e ai pescatori, i quali non fanno altro che parlare della grande tempesta che mise in ginocchio la loro isoletta molti anni prima.

Mentre Marion cerca di collegare le parole delle persone coi i fatti realmente esistiti, si sente raccomandare di non avvicinarci al vecchio Virgil, il custode del faro. Però Marion è coraggiosa quanto testarda e più volte si scontrerà con quest'omone all'apparenza scorbutico e dagli occhi infinitamente tristi. Sarà lui a guidarla nella sue ricerche, ma allo stesso tempo sarà la piccola a cambiargli la vita, mentre l'isoletta si vede preoccupata perché non si riesce a pescare nemmeno un pesce e il vento si fa più forte e minaccioso.

In un'atmosfera inquietante, enigmatica ed oscura, si assiste all'evolversi del paranormale, al manifestarsi di un'antica maledizione che cambierà la vita di tutti i personaggi. Parte rilevante nella trasmissione di inquietudine, cupezza e mistero sono le immagini scure, decise e cariche, alcune delle quali ispirate e paesaggi realmente esistiti e frutto di viaggi da parte degli autori. Immagini, sì, prive di troppi dettagli ma che in alcune parti immergono gli occhi in quel blu e in tutte le sue sfumature.
La memoria dell'acqua è una graphic novel consigliata a tutti gli amanti del paranormale e a quelli che preferiscono i finali senza compromessi.

lunedì 13 marzo 2017

Recensione: Vicini alla Terra di Silvia Ballestra

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su Vicini alla terra, lettura che tocca in profondità l'emotività di ogni lettore e persona.


Titolo: Vicini alla terra. Storie di animali e di uomini che
non li dimenticano quando tutto trema
Autore: Silvia Ballestra
Editore: Giunti Editore
Prezzo: €12.00
Data di uscita: 15 febbraio 2017


Trama:
"Vicini alla Terra" è il nuovo libro di Silvia Ballestra che racconta le storie di veterinari e volontari che negli ultimi mesi del 2016 si sono dedicati al salvataggio degli ultimi, gli animali smarriti e bisognosi, dopo il terremoto che, con le sue scosse, ha devastato la campagna appenninica del centro Italia. Questo romanzo-reportage si sviluppa attraverso le storie di salvataggio degli animali che lo abitano. Infatti, dalle scosse di agosto 2016 l'ENPA, l'Ente nazionale protezione animali, è stato sul campo, per salvare e recuperare gli animali che con la loro presenza contribuiscono a tenere in vita le campagne dell'Appennino: cani, gatti, mucche, cavalli, pecore, galline... E Silvia Ballestra ha voluto raccontarci uno spaccato del loro operato. Sono storie semplici ma fondamentali che ci ricordano l'importanza degli ultimi, di non dimenticarsi nessuno degli abitanti fieri e sfortunati che abitano la nostra terra, perché nelle tragedie è solo rimanendo vicini alla terra che riporteremo alla vita ciò che è stato distrutto.


Recensione:
Norcia, Arquata, Castelluccio, Muccia, Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto non esistono più e i media ormai non li chiamano più per nome, ne parlano con "là dove la terra trema", non esiste più neanche il loro nome. Borghi che per giorni sono stati vittime della terra implacabile, mentre le persone perdevano le loro case, i loro cari, le loro vite ordinarie dove con ordinarie si intende quella normalità che spesso aborriamo. Nel libro di Silvia Ballestra si dà voce a queste vite che sanno di rassegnazione e di una speranza ormai spenta, si dà voce a tutte le persone che hanno perso tutto e il cui primo pensiero, nel sapere di non aver e più nulla, va ai loro piccoli amici a quattro zampe. Sono in particolare gli anziani a chiedere dei loro cani e gatti, compagni di vita, supporto alla loro emotività, sollievo dai loro malesseri. Ma non solo, come il giovane Claudio che a solo ventuno anni non ha più una famiglia e, disperato, ha chiesto di trovare il suo cane, almeno lui, gli rimane solo lui.

Gli amici animali che sopravvivono sono una piccola consolazione, un piccolo sollievo: un ricordo di chi non c'è più ma a quelle bestiole teneva tantissimo.

Cani e gatti, ma non solo, perché l'ENPA si è occupata di salvare e recuperare anche pecore, maiali, galline, mucche, uccelli, tartarughe e pesciolini. Con le poche risorse che l'ente ha e con l'aiuto di quei volontari che si sentivano impotenti di fronte al crollo dei borghi, l'ENPA è stato sul campo quanto i Vigili del Fuoco, perché è vero che la precedenza va data alle persone sotto le macerie, ma è vero anche che spesso gli animali, domestici soprattutto, sono un tutt'uno con queste persone e diventano la ragione per cui andare avanti. Per non parlare, poi, di tutti quei cani che hanno collaborato nell'estrazione dalle macerie delle persone in difficoltà.

- Anche per gli animali il terremoto è un dramma. Come gli umani muoiono, perdono i propri effetti, rimangono feriti, impauriti. - dice l'Enpa. Qualcuno può negarlo?

Vicini alla Terra di Silvia Ballestra è un libro che arriva alla sensibilità di ogni lettore e di ogni essere umano, è stato capace di farmi commuovere più volte e di emozionarmi per tutte le sue centoquaranta pagine. Mi ha emozionata Ulisse, il setter nero, i gatti in cantina, Mariolino che prima ancora del terremoto viveva a stenti per colpa di un padrone senza scrupoli, il gattone bianco Timmi che girando senza la coda ha fatto innamorare anche un burbero padre. Mi hanno emozionata anche quegli anziani che chiedono dove andranno, cosa faranno; come mi hanno emozionata quelle famiglie che si vergognano a dire che dove sono stati sistemati non hanno il bagno. Vicini alla Terra è una panoramica completa e veloce su quello che per mesi ci ha riempito le orecchie, con un particolare focus sugli animali che non dimenticano chi li ha amati e sulle persone che ricambiavano e ricambiano quell'amore.

Gli animali sono vicini alla terra, le persone che si occupano di animali sono vicine alla terra. Non abbandonano, si prendono cura di paesi, borghi e intere montagne.
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