lunedì 30 gennaio 2017

Recensione: Dolore di Zeruya Shalev

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia recensione di un libro che ho amato con tutta me stessa: Dolore è stata una lettura invernale che ho letto pian pianino, perché ci vuole forza e tempo per assimilare tutte le emozioni che Zeruya Shalev riesce a infondere.


Titolo: Dolore
Autore: Zeruya Shalev
Editore: Feltrinelli
Prezzo: €18.00
Data di uscita: 9 giugno 2016


Trama:
Iris - quarantacinque anni, sposata, con due figli - pensa di aver lasciato dietro di sé i due grandi traumi della sua vita: l'abbandono da parte del primo amore, Eitan, che l'ha portata giovanissima a desiderare la morte e, anni dopo, l'attentato di cui è stata vittima che l'ha portata tra la vita e la morte. Ma a distanza di dieci anni da quell'attentato, Iris non si aspetta il riaffiorare del dolore fisico, di quei ricordi terribili, ma soprattutto non si aspetta di rincontrare per caso Eitan. Se a questo si aggiungono il sospetto che il marito Michi abbia un'amante e la preoccupazione per la figlia, plagiata da un uomo molto più grande di lei, la vita di Iris sembra andare di nuovo in frantumi e la situazione diventa ingestibile.


Recensione:
Il dolore è sordomuto. Non ascolta le preghiere di pietà di chi ne è torturato, non si fa sentire da nessun'altro se non dall'addolorato. Quella mattina di dieci anni fa, poi, quando Iris ha accompagnato i figli a scuola, il dolore è esploso in pochi secondi devastando tutto ciò che aveva intorno: lo hanno chiamato attacco terroristico. Iris non sarà mai più la stessa donna di prima, dopo chissà quante operazioni e quante volte il suo corpo è stato aperto e poi richiuso su quella fredda lastra di metallo sotto gli occhi dei medici. I dolore, infine, è sparito, fino a quando dieci anni dopo torna a martoriarle il corpo come se volesse far quadrare i conti perché creditore. Ma quel dolore sordomuto che la fa svegliare quella mattina, non è altro che la trasposizione emotiva dello stesso che le attorciglia le emozioni.

Ma ad assordarle le orecchie non era stata la potenza dello scoppio bensì un altro suono, più profondo e terribile: quello provocato dal repentino addio alla vita di decine di passeggeri sull'autobus, il lamento di madri che lasciavano degli orfani, l'urlo di ragazzine che non sarebbero mai diventate adulte, il pianto di bambini che non sarebbero più tornati a casa, di mariti separati per sempre dalle loro mogli, il gemito di membra amputate, di pelle bruciata, di gambe che non avrebbero più camminato, mani che non avrebbero più abbracciato, della bellezza che sarebbe appassita nella terra.

Viene a galla il dolore per il padre morto in guerra, il dolore causato dalla madre alienata dopo il lutto, il dolore che Eitan, il suo più grande amore, le ha causato quando anch'egli cercava una via di fuga per riprendere a respirare. Entrambi figli dell'orfanità, entrambi destinati a soffrire alternamente nella vita, si rincontrano grazie a questo. Nel reparto di Terapia del Dolore di cui Eitan è primario, i loro sguardi non si incontrano, ma il dolore, quando si trova, si riconosce, anche se non parla e non sente.

Quando ci si guarda indietro ogni particolare sembra cruciale ma le cose vanno prese per come sono, nel loro tempo reale, senza l'astrazione che procura loro il futuro, ora si gira nel letto con sforzo, premendo le mani sulle cose, ancora una volta memore di quanto doloroso possa essere il più impercettibile movimento.

Iris, così, presa dalla possibilità di prendersi ciò che le è stato tolto e pensando che questa volta le schegge nel corpo che le fanno male siano di buon auspicio, si immagina una vita diversa iniziandone una parallela. Eppure basterebbe così poco per essere felice, ovvero essere felice e basta: ha un lavoro che la appassiona, due figli grandi, un marito che non l'ha mai abbandonata. Ma è proprio l'abbandono ad aver segnato Iris nella sua forma più crudele, tanto da temere di viverlo ancora, di veder andare via il figlio nell'esercito, di vedersi portare via la figlia con cui ha un rapporto conflittuale. Lei, preside autoritaria che vive di disciplina, si ritrova tra le mani una situazione di accumulo ingovernabile. Il dolore, intanto, la indebolisce come per ricordarle di prendere una decisione.

[...] le sue storie si intrecciano con il resto degli eventi, diventano il grande tessuto delle loro vite.

Dolore è un libro che mi ha ammiccato tempo fa promettendomi emozioni forti e così è stato: emozionante fino a spossare l'anima. Struggente nello spogliare il dolore, la maternità, e la personalità di una protagonista nelle sue debolezze più profonde, di come tornando nel passato è iniziato una catarsi della sua anima, mentre il dolore si ripercuote sul presente offuscando il futuro.
Il libro di Zeruya Shalev è dalla trama semplice, ma dal contenuto travolgente e impetuoso, dallo stile unico e potente; la cui prosa è pura poesia, pura commozione, pura passione.

Il passato fonda il futuro? Il passato sbriciola il futuro. Il passato polverizza il futuro.

giovedì 26 gennaio 2017

Recensione: La figlia femmina di Anna Giurickovic Dato

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi esce in tutte le librerie La figlia femmina di Anna Giurickovic Dato, che entra nel panorama italiano della narrativa con un esordio potente e una storia sconvolgente. Una lettura di poche ore e che, una volta terminata, non ho potuto non affermare di amare incondizionatamente.


Titolo: La figlia femmina
Autore: Anna Giurickovic Dato
Editore: Fazi Editore
Prezzo: €16.00
Data di uscita: 26 gennaio 2016


Trama:
Ambientato tra Rabat e Roma, il libro racconta una perturbante storia familiare, in cui il rapporto tra il padre, Giorgio, e sua figlia Maria, nasconde un segreto inconfessabile. A narrare tutto in prima persona è però la moglie e madre Silvia, innamorata di Giorgio, ma incapace di riconoscere la malattia di cui l’uomo soffre. Mentre osserviamo Maria non prendere sonno la notte, rinunciare alla scuola e alle amicizie, rivoltarsi continuamente contro la madre, crescere dentro un’atmosfera di dolore e sospetto, scopriamo mano a mano la sottile trama psicologica della vicenda e comprendiamo la colpevole incapacità degli adulti di difendere le fragilità e le debolezze dei propri figli. 
Quando, dopo la morte misteriosa di Giorgio, madre e figlia si trasferiscono a Roma, Silvia finalmente si innamora di un altro uomo, Antonio. La cena organizzata dalla donna per far conoscere il nuovo compagno a sua figlia, risveglierà antichi drammi, farà sanguinare di nuovo la ferita rimasta aperta. Maria è davvero innocente, è veramente la vittima del rapporto con suo padre? Allora perché prova a sedurre per tutta la sera Antonio sotto gli occhi annichiliti della madre? E la stessa Silvia era davvero ignara di quello che Giorgio imponeva a sua figlia? 
La figlia femmina mette in discussione ogni nostra certezza: le vittime sono al contempo carnefici, gli innocenti sono pure colpevoli. È un romanzo forte, che tiene il lettore incollato alla pagina, proprio in virtù di quella abilità psicologica che ci rivela un’autrice tanto giovane quanto perfettamente consapevole del suo talento letterario.


Recensione:

Il silenzio che sento non è solo intorno, ma mi viene da dentro e mi paralizza. Sono io stessa il silenzio.

Un colpo al cuore, ecco quello che si sente dalle prime pagine del romanzo d'esordio di Anna Giurickovic Dato. Quella che sembrava un'atmosfera di gioia nel bellissimo e colorato Marocco, si rivela ben presto una cupa nube di angoscia, quella che sembra una felice famiglia italiana a Rabat, si mostra per un nucleo di tre persone che guardano ma non vedono. Nella caotica, moderna e al contempo tradizionale capitale marocchina c'è una casa le cui finestre si affacciano su una grande e e bellissima buganvillea, quando non la si guarda affascinati si osserva la normale quotidianità di una piccola famiglia: Silvia, giovane madre innamorata follemente del marito, Giorgio, un uomo che cela una distopia mascherata da amore famigliare e Maria, la piccola ed intelligente figlia femmina.

Mi sembra impossibile comprendere come persone che condividono lo stesso tetto e abitano dentro comuni abitudini possano effettivamente vivere e sentire in maniera diversa, talvolta opposta, lo stesso identico attimo di vita.

Sembra un sogno, quello che vive Silvia, fino a quando la stanza di Maria non viene chiusa alle spalle del marito in procinto di far addormentare la figlia. E' durante una di queste sere che Maria si vede invadere il letto, è la prima volta che sente tutto il peso del padre addosso, è la prima volta che il suo corpo viene usurpato silenziosamente. Di sere simili se ne susseguono altre e, mentre Giorgio fa l'impassibile, Maria perde la sua innocenza e la sua infantilità scoprendo la disperazione, l'insonnia, l'altro lato della vita, quello cupo, quello che inghiotte nella solitudine più fangosa. E di segnali di aiuto e di ricerca di salvezza ce ne sono stati molti, ma forse la certezza e l'illusione di una serenità e stabilità sono più forti della verità. A questo ripensa Silvia, quella sera di sette anni dopo a Roma, mentre Maria si prepara e lei termina di cucinare la cena, in attesa di presentare il suo nuovo compagno alla figlia.

Sette anni fa siamo tornate a vivere a Roma per fingere che il passato non sia esistito. Luoghi diversi, che non portino il peso di quello che è stato, per far crescere la mia bimba lontana dalle violenze commesse e subite. Ma è come se il passato aleggiasse al di là dello spazio, si infilasse perverso negli attimi che avremmo preferito riservare alla gioia.

Una serata che sin da subito pare armoniosa e Maria sembra più allegra, ma è solo la calma prima della tempesta. I bicchieri i vino tintinnano, gli apprezzamenti alle pietanze sono numerosi, le richieste di attenzione di Maria da parte di Antonio altrettante. L'eleganza ben presto fa spazio alla volgarità e Antonio sembra come soggiogato da questa bambina tredicenne che sa di avere in suo potere la sensualità. Il vestitino di Maria si alza sempre di più e l'occhio di Antonio spesso cade su quei fiorellini lillà delle sue mutandine, e il tutto avviene sotto agli occhi impotenti di Silvia. Ancora una volta la madre si ferma a guardare, e ripensa al male che è stato fatto alla sua bambina, alla sua incapacità di proteggerla e di liberarla dalla perversione degli uomini. Indebolita e fiacca, pare morta dentro, mentre Maria gode della situazione ben consapevole del male che fa riaffiorare e che, anche questa volta forse, è responsabile di avere generato.

Sono confusa, terribilmente affaticata, stanca sia se mi guardo indietro sia se mi guardo avanti. Tra i giochi del conscio e dell'inconscio, del detto e del sentito, non so più rendermi conto se ciò che accade, accade perché io lo vedo accadere, o se invece avviene nella realtà, figo di dormire e non intervengo in alcun modo.

La figlia femmina è stato un colpo al cuore sin dalle prime pagine, un nodo alla gola costante per quelle poche centinaia di pagine. Lo stile di Anna Giurickovic Dato è di una bellezza inebriante e la scrittura provocante e seducente come la storia; una storia che concentra perversione, immoralità, corruzione dell'anima, creando nel lettore turbamento e, talvolta, patimento. Una scrittura inclemente, dura, che non si risparmia i dettagli. La figlia femmina è semplicemente sconvolgente.

- Le figlie femmine... in molti paesi se sono brutte è un vero problema -. 
- Se sei femmina sei sola -.

martedì 24 gennaio 2017

5 cose che ho imparato grazie al blogging

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi mi calo solo ed esclusivamente nel ruolo della blogger e vi parlo delle cinque cose che il blogging, al di là dei libri, mi ha insegnato. Difficile da credere, ma dopo molti post scritti e pubblicati e dopo una solida presenza nel web, sono sicura di non dire una stupidaggine.

Credits

1) Organizzazione
Sono sempre stata una ragazza ordinata ed organizzata, lampi di genio o attimi di ispirazione a parte, ma il blog mi ha insegnato un altro tipo di organizzazione e di pianificazione. Infatti, mentre la mia To do list è quotidiana, con la gestione del blog si deve pensare a lungo termine e, quindi, calendario editoriale alla mano e la lista dei post scritti, da editare e ancora da scrivere, si pensa già a settimane più in avanti con l'obiettivo di non lasciare vuoto il blog nei periodi intensi ma nemmeno di caricarlo troppo.

2) Usare i social network
Verso la fine dei miei studi alle superiori tutti avevano già WhatsApp ed io ero una delle poche a non usarlo ancora: si gridava all'eresia! Ma, app di messaggistica a parte, in realtà non mi è mai piaciuta l'idea di essere facilmente e perennemente reperibile. Il blog, però, mi ha spinta all'uso dei vari social network, anche il padre dei canali social e che odiavo di più: Facebook. Ora bisogna pubblicare i post, controllare i dati di coinvolgimento, fare le foto, rispondere ai messaggi, studiare e valutare ogni singolo canale. Col senno di poi, lo ammetto, da allergica ai social network oggi non potrei farne a meno!

Credits

3) Dire di "no"
Dire di "no" alle proposte, alle richieste e ai favori è sempre stato un punto di debolezza per me: avevo paura di ferire i sentimenti altrui, di offendere qualcuno e, sì, anche del Karma. Scherzi a parte, mi sono sempre chiesta come sarebbe stato essere Jim Carrey nel dire "no" a tutto quanto. Fortunatamente non ho dovuto girare una pellicola cinematografica per scoprirlo, perché il blog mi ha insegnato a dire di "no" alle numerose, bislacche, assurde, insistenti proposte che riempiono la mia casella postale ogni giorno, valutando il mio tempo e anche il mio desiderio di fare o non fare una determinata cosa.

4) La costanza
Avanti, sono una gemelli!; e tutti noi sappiamo che i gemelli iniziano mille cose per perdersene per strada la metà e portarne a termine solo una. E' che noi vogliamo fare tutto contemporaneamente e imparare tutto anche se superficialmente, vero gemellini? Ebbene, il blog mi stupisce perché ero sicura che lo avrei abbandonato presto e, invece, dopo due anni è ancora qui a impartirmi lezioni di costanza perché, come dicevo nel punto 1), deve essere curato e gestito con continuità.

Credits
5) Mantenere la calma
Come dicevo nel punto 3), numerose sono le richieste e proposte che mi arrivano pubblicamente attraverso i diversi canali social e non soltanto privatamente via e-mail. Richieste che ignorano gli avvisi e le regole, alcune assurde e, francamente, io non sono una tipa proprio paziente. Delle volte sento i cinque minuti salirmi e in dirittura d'arrivo alla bocca, carica per dirne di tutti i colori allo sfortunato di turno. Il blog e la sua gestione, però, mi hanno insegnato a moderare il linguaggio e a prendere un bel respiro prima di rispondere. Il tutto a vantaggio della mia e-Reputation, ovvero la mia reputazione online. Perché davvero, basta un attimo per il vaffa, ma anche un attimo per danneggiare la propria reputazione di persona e/o blogger.
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Queste sono cinque cose che il blogging mi ha insegnato, ma non le uniche. Gestire un blog richiede organizzazione, apertura mentale, porre e porsi dei limiti, costanza e, infine, pazienza. Sembra assurdo che un mucchio di codici html riesca ad insegnare cose così importanti, eppure lo fa. Forse perché, davvero, non è solo un insieme di codici htlm, ma un prolungamento della persona che lo cura.
Quali sono le cose che, invece, ha insegnato a te? E quali vorresti imparare come aspirante blogger?

giovedì 19 gennaio 2017

Recensione: Eccomi di Jonathan Safran Foer

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione troncante di Eccomi, il miglior libro dell'anno: noioso, a tratti no sense e assolutamente sopravvalutato secondo la mia personale opinione.


Titolo: Eccomi
Autore: Jonathan Safran Foer
Editore: Guanda
Prezzo: €22,00
Data di uscita: 29 agosto 2016

Trama:
«Eccomi.» Così risponde Abramo quando Dio lo chiama per ordinargli di sacrificare Isacco. Ma com’è possibile per Abramo proteggere suo figlio e al tempo stesso adempiere alla richiesta di Dio? Come possiamo, nel mondo attuale, assolvere ai nostri doveri a volte contrastanti di padri, di mariti, di figli, di mogli, di madri, e restare anche fedeli a noi stessi? 
Ambientato a Washington nel corso di quattro, convulse settimane, Eccomi è la storia di una famiglia sull’orlo della crisi. Mentre Jacob, Julia e i loro tre figli devono fare i conti con la distanza tra la vita che desiderano e quella che si trovano a vivere, arrivano da Israele i cugini in visita, in teoria per partecipare al Bar Mitzvah del tredicenne Sam. I tradimenti coniugali veri o presunti, le frustrazioni professionali, le ribellioni e le domande esistenziali dei figli, i pensieri suicidi del nonno, la malattia del cane, anche i previsti festeggiamenti: tutto rimane in sospeso quando un forte terremoto colpisce il Medio Oriente, innescando una serie di reazioni a catena che mettono a repentaglio la sopravvivenza dello stato di Israele. Di fronte a questo scenario imprevisto, ognuno sarà costretto a confrontarsi con scelte a cui non era preparato, e a interrogarsi sul significato della parola casa.
L’atteso ritorno di Jonathan Safran Foer alla narrativa dopo oltre dieci anni travolge con l’energia e l’impatto emotivo del suo libro d’esordio, confermando il talento di uno scrittore unico. Ironico e irriverente, commovente e profondo: un romanzo-mondo che affronta in una prospettiva universale i temi cari all’autore – i legami famigliari, le tragedie della Storia, l’identità ebraica – e insieme apre squarci di grande intimità.


Recensione:
Dopo dieci anni viene dato l'annuncio del ritorno di Jonathan Safran Foer, lo stesso che ha conquistato tutti con Ogni cosa è illuminata e che ha fatto piangere tutti gli animi sensibili con Molto forte, incredibilmente vicino. E, prima ancora che si sappia come uno dei più grandi autori contemporanei americani viventi avesse deciso di tornare sotto il riflettori, Eccomi, il nuovo romanzo ancora in stampa, è diventato un caso editoriale. Eccolo, si gridava al futuro acquisto; eccolo, in tutti i social fresco di acquisto; eccoti gli ho detto io. Come una minaccia, come un avvertimento, come se volessi fargli capire che potrà ingannare tutti, ma non me, come se lo avessi smascherato accusandolo di essere un buon figlio del marketing. E così fu, perché le sensazioni di noi lettori raramente sbagliano, ma neanche un buon marketing, se è per questo.

Perché Jacob non poteva restare disteso in una bara quanto bastava per sentire i sentimenti inesprimibili della sua famiglia ma poi tornare nel mondo dei vivi con quello che aveva imparato?

Considerato un romanzo "mondo" da molte prestigiose testate giornalistiche, già premiato come miglior libro dell'anno quando al trecentoquantaseisimo giorno mancavano ancora quattro mesi, e se lo dice il New York Times, come si può affermare il contrario. Poi arriviamo agli ultimi giorni dell'anno e La Lettura, l'inserto culturale de Il corriere della sera, lo premia realmente come miglior libro dell'anno. E io mi sono chiesta, in quella libreria con Eccomi tra le mani e la fascetta rossa ad osservarmi, cosa occorre per essere il miglior libro dell'anno, e chi lo decide?

- Dopo quella notte non mi sono mai più sentito vivo - disse Jacob, portando un'altra birra a Tamir. - La vita è stata così noiosa? -- No. C'è stata tanta vita, Ma io non l'ho sentita. -

In questo caso è servita una famiglia crepata con una bomba ad orologeria pronta a scoppiare e a distruggerla. Quella bomba si chiama infedeltà, nella sua forma più all'avanguardia con in iPhone nascosto e, di conseguenza, l'infedeltà per ripicca: un marito e una moglie che, improvvisamente, si guardano allo specchio per davvero e si rendono conto che non è solo il doppio lavandino a dividerli, ma un muro costruito in anni di non comunicazione. Lui, Jacop, il classico uomo dell'alta letteratura che si lascia vivere, un codardo che non riesce a prendere la vita per il collo, apatico, infelice, sempre in fuga dai suoi stessi desideri e dai suoi stessi sogni, di scarsa ambizione, che non riesce mai a dire quello che davvero vuole, lui che di mestiere lavora con le parole. Lei. Julia, che sembra guardare per la prima volta l'uomo che ha sposato e che decide nel giro di poco tempo che non le piace più. E quello che prima di lui le faceva comodo, come la sua apatia quotidiana e il suo essere condiscendente a tutto, improvvisamente diventa un ostacolo per se stessa.

- Ti senti così minacciato dall'infelicità che preferiresti affondare insieme alla nave piuttosto che ammettere l'esistenza di una falla. -

Nel frattempo, mentre una famiglia trema tra le mura della sua casa, la terra dall'altra parte del mondo si frattura e vibra sotto a quei troppi punti magnitudo ed Israele si ritrova in ginocchio. E qui Foer è riuscito ad irritarmi più che mai perché il paese ebreo diventa vittima di arabi e non, come se il pianeta intero non vedesse l'ora di annientare i cittadini del paese e il paese in sé. A quel punto il romanzo "mondo" di Foer sembra diventare il romanzo "mondo Israele" di Foer. E mentre leggiamo di una nazione che combatte contro tutti, le vicende famigliari dei nostri protagonisti si perdono, si annebbiano e non si comprende come si arriva a quell'epilogo inaspettato per via della personalità addormentate della coppia. Non si capiscono neanche quei dialoghi all'apparenza poveri, ma di una intelligenza e saggezza disarmante e ridicola se proveniente dai figli della coppia: davvero quei tre figli che neanche si avvicinano all'età adolescenziale parlano di vita e di morte, della vita dopo la morte, della situazione geopolitica del mondo? Se molti si sono ritrovati in questi dialoghi, io ne ho sorriso per la loro inverosimiglianza, nella loro complessità rendendo difficile seguirli e spesso mi sono trovata a chiedermi anche se i dialoghi fossero inerenti davvero alle vicende o se si perdessero dietro al tentativo di rendere filosofico il discorso e il concetto, in bocca a dei bambini troppo saccenti.

Con ingegnosità, forza e determinazione abbiamo fatto ciò che gli ebrei hanno sempre fatto: siamo sopravvissuti. Quanti popoli ben più potenti sono scomparsi dalla faccia della Terra mentre il popolo ebraico è sopravvissuto?

Foer ci ha messo dieci anni a scrivere Eccomi, io dieci minuti a capire che talvolta un nome vale più della sostanza delle pesanti seicento pagine. Eccomi ha diviso l'opinione pubblica: c'è chi lo ha amato e, anzi, ha reputato quelle seicento pagine poche; e c'è a chi, come me, non è piaciuto proprio per niente.
Tuttavia rimane aperta ancora una delle mie domande: chi decide qual è il libro dell'anno? Sicuramente i critici letterari di alto livello, quelli che immaginiamo ad un Café Littéraire a discutere della "vera" letteratura, lo decidono anche testate giornalistiche come il New York Times e, ovviamente, quante volte è stato battuto lo scontrino alla cassa.

Tra due esseri qualunque c'è una distanza unica, invalicabile, un santuario inaccessibile. Qualche volta prende la forma della solitudine. Qualche volta prende la forma dell'amore.

martedì 17 gennaio 2017

Recensione: Ladivine di Marie NDiaye

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su un libro la cui storia è distruttiva, la cui prosa è sublime e, complice una traduzione elegantissima, Ladivine è stata una lettura indimenticabile.


Titolo: Ladivine
Autore: Marie NDiaye
Editore: Giunti Editore
Prezzo: €18.00
Data di uscita: 21 settembre 2016


Trama:
Il primo martedì di ogni mese, seguendo un rituale immutabile, Clarisse Rivière lascia il marito e la figlia per prendere in gran segreto un treno per Bordeaux. Lì, in un quartiere popolare vicino al porto, vive sua madre, Ladivine. I suoi familiari, però, non sanno niente di lei e sono convinti che Clarisse sia orfana. Allo stesso modo Ladivine ignora la loro esistenza: Clarisse infatti ha sempre taciuto ogni dettaglio della propria vita alla madre, una donna che teme, disprezza e compatisce al tempo stesso. Abbandonata molti anni prima dal padre di Clarisse, Ladivine lavora come domestica, ha solo sua figlia al mondo e la ama di un amore immenso e opprimente. Bianca come suo padre, Clarisse, che in realtà si chiama Malinka, rifiuta il proprio nome almeno quanto rinnega le sue origini e la pelle nera della madre. Adesso, dopo anni di inganni, la tranquilla esistenza borghese costruita da Clarisse rischia di essere soffocata dalle stesse mura che ha eretto per proteggersi. Sarà sua figlia, che porta il nome della nonna, a intraprendere un viaggio a ritroso verso la misteriosa terra da cui proviene Ladivine.


Recensione:
Ladivine è una storia tra luci e ombre in continua lotta, come l'autrice Marie NDiaye che ha ormai abituato il suo pubblico francese a storie di donne e di differenze culturali; e qui sembra aver concentrato tutti i temi a lei cari presentandoci tre generazioni di donne in attrito con famiglia e origini.
La genesi del tutto avviene in un piccolo appartamento di Parigi con Ladivine, donna di origini africane che di mestiere fa le pulizie nelle case dei francesi, e con la figlia Malinka che dal padre sconosciuto ha ereditato la pelle bianca. E non importa se scura non è, per precauzione Malinka si trucca pesantemente per non essere smascherata dalla compagne teenager che con espressione di disgusto guardano la madre di Malinka e le chiedono chi sia quella "negra", lei, con prontezza, risponde che è la serva. Ed è così che la chiama tutta la vita, anche quando stacca definitivamente il cordone ombelicale dalle sue origini chiamandosi Clarisse, sposandosi e diventando a sua volta madre. Si finge orfana davanti a Richard e alla figlia che, come prova dell'amore incondizionato per la madre ripudiata, chiama Ladivine. Un segreto che pesa sulla vita di tutti i personaggi come la spada di Damocle e che porterà ad un dramma famigliare travolgente. E' che in Ladivine assistiamo a una continua e perenne ricerca della propria identità, della demolizione di questa, della sua costruzione pur di esiliare la propria identità meticcia, mentre è forte l'esigenza di rifiutare l'eredità lasciata dai genitori. Un'azione, questa, che toglie energie all'amore e alla serenità e che fa sì che perduri l'impossibilità di amare e di dialogare, come se la continua ricerca della propria identità sia bastata sulla nullità della stessa.


Aveva l'impressione di sprofondare in un pozzo di emozioni appiccicose, di molle tenerezza e di risentimento degradante, al cui bordo c'era sua madre che la guardava, integra, altera e pura nel suo amore immutabile.

Il segreto e il taciuto, poi, hanno una forza tale da essere trasmessi alla figlia di Clarisse, come vengono trasmetti i sensi di colpa e la scissione del proprio essere, che si manifesta in un viaggio con la sua famiglia in un  paese esotico mai definito che pare essere proprio africano. Ed è qui che in un'atmosfera onirica e misteriosa accadono vicende che hanno del surreale e dell'inquietante, e per il lettore tutto appare illogico e senza un filo conduttore. Ed è sempre qui che la destabilizzazione viene a contatto con i piedi nudi di Ladivine figlia e la metamorfosi dei suoi pensieri più intimi ci dicono a gran voce che siamo tutti soli.
Ladivine di Marie NDiaye racconta di vergogna, di violenza e di perdita, con una prosa calma ed una scrittura limpida e rassicurante, le quali nascondono invece irrequietezza e un mare di dolore silente. Ladivine è stata un'esperienza sorprendente e devastante, sebbene, ne sono consapevole, non adatta a tutti ed in particolare a chi non riesce resistere e sopportare il dolore nella sua forma più tragica.

Pure, si sentiva così male, così terribilmente male che il suo disagio  tornava indietro, ricacciato nel dolore pieno di repulsione, di disprezzo e di orrore generalizzato da cui il suo intero corpo era stato invaso, facendola tremare in tutte le membra e tentando inutilmente di spalancarle il petto per uscire, ma la sua carne compatta e soda si era richiusa sul dolore come le mura della casa sulle parole irrevocabili, e niente sarebbe più stato in grado, pensava, di estirparlo.

venerdì 13 gennaio 2017

Recensione: Il sistema di Gordon di Giovanni Mastrangelo

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia recensione de Il sistema di Gordon, libro di alto livello che fa l'occhiolino ai grandi romanzi di ricerca di se stessi e dove è facile confondere bene e male.


Titolo: Il sistema di Gordon
Autore: Giovanni Mastrangelo
Editore: La nave di Teseo
Prezzo: €18.00
Data di uscita: 29 settembre 2016


Trama:
Siamo negli anni ottanta in America. Gordon, leader carismatico di una setta new-age con un debole per i ragazzini, colleziona personaggi folli come Richard Fargo, sempre sorridente e la sua nemesi Frank Boyd, un muratore perennemente incazzato; Antonio, l'italiano di Lodi appassionato di Bob Dylan; Steven Hardware, il barista che legge sempre. È la Viners' Brotherhood che sta prendendo forma nel nord della California, come una cellula in frenetica espansione. Qui Gordon guida i suoi "studenti" verso la consapevolezza attraverso inusuali percorsi di redenzione e un viaggio mistico nel cuore del Grand Canyon: è il Sistema che Gordon predica. Quando Gordon annuncia l'arrivo di Bob Dylan scatena un'attesa infinita che sconvolge la comunità. Eroina, musica, filosofia, Gourdjieff & Jung, rock&roll, meditazione e sesso libero.


Recensione:
Nella California del nord, in mezzo al deserto e il caldo degli anni ottanta, una comunità new-age sta prendendo forma. Guidata dal misterioso e quieto Gordon la Viners' Brotherhood procede con dei principi fondamentali legati alla collaborazione, popolata da personaggi alterni nella narrazione che hanno del bislacco ma anche del reale, i cosiddetti disadattati che hanno rifiutato la società convenzionale o che sono stati rifiutati dalla stessa.. Una generazione disagiata non adatta al mondo per come questo viene vissuto, in cerca di se stessa dove l'unico punto fermo e comune nella loro eterogeneità è il rock e, in particolare, la venerazione per il neo premio Nobel della Letteratura Bob Dylan.

Erano gli inizi degli anni ottanta, eravamo nel Nord della California e la Viners' Brotherhood stava prendendo forma. La Scuola mi sembrava un cerchio in espansione, come una cellula appena nata che crescendo cerca, non senza sforzo, uno spazio nella vita, e noi studenti eravamo le molecole che dall'interno spingono sulla circonferenza di quel cerchio allargandolo nello spazio.

Inizia la frenesia e la setta di Gordon dormiente si anima d'improvviso e fervono i preparativi per l'arrivo di Bob, atteso come un messia. Nel frattempo, tra una proroga e un annullamento del suo arrivo, gli improbabili personaggi si scambiano le voci mescolandosi e le loro vite subiscono dei cambiamenti repentini: quello sempre arrabbiato, l'appassionato lettore, il giovane italiano e tanti altri ragazzi alla ricerca di se stessi e orientati verso la "consapevolezza" attraverso percorsi mistici interiori mentre la promiscuità sessuale prende piede e l'ombra dell'AIDS cade su di loro e si cerca di scacciare la paura dal male con la meditazione.

Non riuscirete a capire subito tutto quello che vi dirò adesso, disse Gordon alla platea, ma se avrete pazienza e fiducia in me e nel ruolo che il Sistema mi dà, domani capirete quello che vi dico oggi come oggi avete cominciato a capire quello che vi ho detto ieri. Questo capita perché io so con tutto il mio essere che ieri e domani non esistono, è già tutto qui adesso - passato e futuro esistono solo nel presente.

Il sistema di Gordon di Giovanni Mastrangelo, dalla scrittura di alto livello, è una dolce immersione in quegli anni tanto famosi che sono stati una specie di spartiacque per numerosi tematiche, a partire dalla musica. L'ultimo romanzo di Mastrangelo mescola insieme leadership e soggiogamento, divide maledizione e redenzione, mentre il confine tra bene e male rimane poco definito con fascino e mistero, mentre le note visionarie di Bob Dylan si espandono nell'aria.

Quando finalmente si riesce a vederla, la realtà mette il terrore.

mercoledì 11 gennaio 2017

Recensione: Tasmania Blues di Helen Hodgman

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su Tasmania Blues, un libricino che mette al centro della narrazione una vita solitaria ed apatica di una donna fragile.


Titolo: Tasmania Blues
Autore: Helen Hodgman
Editore: Edizioni Socrates
Prezzo: €12.00
Data di uscita: 21 ottobre 2016

Trama:
Erano giorni infiniti, l’orologio segnava invariabilmente le tre del pomeriggio, qualsiasi cosa gli si facesse. Potevi provare a metterlo sottosopra. Potevi cercare di coglierlo in fallo, spuntando improvvisamente da dietro la porta per prenderlo di sorpresa. Non importava cosa escogitavi, il giorno finiva in quel momento e non rimaneva più nulla con cui colmarlo.


Recensione:
Il cielo limpido e azzurro che sembra affacciarsi sul mare baciato dal sole, lo stesso mare che la protagonista di Tasmania Blues ripudia di giorno e nel quale si immerge nella notte, come per purificarsi l'anima in privato. Incurante e senza timore verso l'oscurità che le si apre sotto i piedi, la giovane donna vive la sua vita esattamente così: con miopia.
Diventata moglie e madre per caso, "incastrata" da un destino contro cui non ha avuto la forza ed il coraggio di ribellarsi, si adatta con velocità ed apatia alla sua gravidanza indesiderata e al matrimonio con un uomo che forse neanche ama; e forse neanche lui ama lei così indifferente e poco presente nella quotidianità della moglie. Intanto c'è proprio la quotidianità da portare avanti, con lo spettro della depressione post partum che le immobilizza sempre l'emotività, tranne il martedì e il giovedì. Due giorni a settimana che hanno del sacro perché toccano il desiderio di fuga della protagonista dalle sue responsabilità di madre. Due giorni nei quali lei può lasciare la figlia alla suocera per vedersi con i due migliori amici, destinatari dell'amore nella stessa misura del marito. E il tutto le dà un senso di liberazione, come quando guarda quei cieli azzurri disturbata dall'ossessione della sua vicina per la cura del prato.

Dopo che il sole spuntò dall'invisibile fessura tra mare e cielo, l'acqua si tinse momentaneamente di rosso, come ricoperta di una chiazza di sostanza post-parto.

In Tamania Blues leggiamo di una protagonista confusa emotivamente, piena di cinismo e di spallucce verso le piccole cose della vita che formano quelle grandi ed essenziali. E non ci sono sensi di colpa per questa donna così sola e depressa in uno stato dalla bellezza devastante ma anch'esso isolato. Il tutto scorre lento, come il tempo che per la protagonista che si dilata, mentre realmente il tutto scorre senza freni, con sensualità e noia. Una calma piatta di una donna fragile che sfocia in un epilogo inatteso ed imprevedibile, senza però discostarsi dalla mente malata e dalla personalità confusa della protagonista
Tasmania Blues è un libro dalle poche pagine che pone al centro dell'attenzione il peso esistenziale di una donna bisognosa di aiuto, con un linguaggio elaborato contro un'apparenza semplice, che si sposano alla perfezione con la lentezza della narrazione lasciando quel senso di sospeso e di non concluso: da assaporare quando si desidera una lettura particolare le cui poche pagine sono un peso rilevante capace di turbare il lettore.

Vi era un messaggio in tutto questo, non oggi non era il giorno per coglierlo.

lunedì 9 gennaio 2017

Riepilogo mensile di dicembre

Buongiorno, amanti della lettura!
Dicembre ha chiuso le porte a questo meraviglioso anno appena passato. Con le sue lucine, l'odore di biscotti appena sfornati, una leggera allegria nell'aria, le note delle canzoncine natalizie più celebri che ci accompagnano nelle nostre giornate. Dicembre è stato un mese davvero faticoso per via delle numerose cose da fare e gli imprevisti di salute di chi amo, e anche per via degli esami che mi hanno portata a studiare moltissimo. Dicembre termina così, come ogni anno, ma diversamente dal precedente, mi vede più fiera e orgogliosa di me stessa. Anche un po' felice, sì.
Per quanto riguarda le letture di dicembre, invece, sono state brevi e portatrici di certezze. Ma il migliore rimane Il caffé delle donne.


Il caffè delle donne è un libro rivelazione per me: l'ho amato dalle prime pagine, attratta dalla giovane autrice e dalla bellissima aspettativa di ritrovare un po' di me nella storia e nella narrazione. Un libro meraviglioso che ho divorato, con il cuore che batteva a mille e la nostalgia a sfogliare le pagine.


Cuore di cane è un classico a cui mi sono approcciata l'anno scorso, ma evidentemente non era il momento giusto, L'ho ripreso in mao in un periodo frenetico dove volevo avere una certezza, e i classici per me lo sono. Un racconto geniale che tutti dovremmo leggere se abbiamo già letto George Orwell.


Macbeth è una delle opere teatrali di Shakespeare che ancora non avevo letto e, approfittando della mia continua ricerca di certezze, ho deciso di leggerlo e, inutile dirlo, mi è piaciuta.


Mi chiamo Lucy Barton, invece, è un libro che molti aspettavano e che io ho snobbato fino alla fine di dicembre. Non posso dire di aver fatto male, perché alla fine la storia di questo amore materno l'ho letta e l'ho anche amata. Meglio tardi che mai, no?


Tasmania Blues è una di quelle trame che dicono poco o nulla del libro e l'unica cosa da fare è decidere: buttarsi nel buio o risparmiarsi questo atto di coraggio? Io mi sono buttata, perché amo le storie misteriose e le trame che si nascondono promettendoti emozioni forti, ma ancora non ho deciso se il salto nel buio sia andato a buon fine oppure no.


Volevo essere una gatta morta è la prima opera di Chiara Moscardelli che, come sapete, adoro ed è il rimedio al mio malumore, nonché l'unica autrice che riesce a farmi ridere di gusto. Tuttavia, però, quasi quasi avrei preferito non leggere il suo primo libro. Noioso e capace di irritare, ma poi io non capito: ho letto l'autobiografia della Moscardelli?
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Di alcuni di questi libri presto arriveranno le recensioni e non vedo l'ora di parlarvene. Ma che mi dite delle vostre di letture?

venerdì 6 gennaio 2017

Dieci libri che ho abbracciato nel 2016


Buongiorno, amanti della lettura!
Se mi leggete da un po' sapete che ho l'abitudine di abbracciare i libri che finisco per amare, una volta conclusa la lettura. L'ho fatto con "Fiore di fulmine" e con "Le tartarughe tornano sempre", ad esempio, e proprio questi due sono finiti nella lista dei migliori libri dell'anno scorso: Quattordici libri che ho abbracciato, che ho amato.
Ebbene, non smetterò la mia abitudine ché tanto non nuoce mica alla salute, ma anzi, torno anche quest'anno a parlarvi dei libri che ho maggiormente amato in questo 2016 che si è da poco concluso.


Dentro soffia il vento è stata una lettura emozionante capace di commuovermi e farmi sentire un calore nel petto indescrivibile. Io la chiamo passione, perché è questo che scatena la penna di Francesca Diotallevi ed è questo che lei trasmette. Ho amato Dentro soffia il vento per la scrittura di Francesca, capace di cullare il lettore con una storia profonda che sa di neve, di tinte rosse e di un fuoco scoppiettante.


Aspettando Bojangles è stata una lettura straziante, in cui la figura del bambino scioglie il cuore e mette in dubbio il concetto di normalità e di pazzia che noi tutti abbiamo. Una ingenuità disarmante e un padre diviso tra razionalità e amore per una moglie che sembra averla ormai persa. Uno di quei libricini che segnano, decisamente, e che difficilmente si riescono a dimenticare.


L'anno 2016 ha visto anche il ritorno di una delle mie autrici preferite, Sara Rattaro, con il suo Splendi più che puoi. Una storia di buio e di luce, di coraggio e di fragilità, di amore puro e di amore folle e pericoloso. Splendi più che puoi è la storia di molte donne la cui voce, spesso o senza successo, rimane inascoltata o ignorata. La violenza ha numerosi voli, lo sappiamo tutti, ma anche il coraggio ne ha altrettante.


Ma occorre coraggio anche per superare il lutto della propria carne, cosa che la protagonista di Inconsolabile non ha avuto. Un libro che nelle sue poche pagine mette a disagio ma ipnotizza anche, come tutte le debolezze umane; una storia che, se ci pensiamo, è ordinaria, ma assolutamente straordinaria nella sua narrazione.


#GirlBoss e la sua autrice, Sophia Amoruso, sono diventati il centro del mio mondo da studentessa e futura, si spera, donna in carriera. Quel genio di donna che con poco ha costruito il suo tutto non dimenticando mai da dove arriva e essendo consapevole che anche le mancanze e i fallimenti del passato sono la base di tutto ciò che oggi la rende, secondo Forbes, una delle donne imprenditrici più influenti del mondo. Dispensando consigli per aspiranti o già affermate #GirlBoss, Sophia è diventata il mio idolo e il mio punto di riferimento. Di grande ispirazione e motivazione!


Tra i molti classici che ancora dovevo leggere c'era anche Jane Eyre, il romanzo attraverso il quale una delle sorelle Bronte grida all'indipendenza e all'emancipazione femminile. E io mi chiedo, però, perché ho atteso così tanto per leggerlo? Divino e superbo, è diventato uno dei miei classici preferiti.
Ho amato Jane Eyre per la forza della protagonista, capace di sopportare e di reggere il peso della vita senza lamentarsene mai e senza mai perdersi d'animo.


L'imperfetta è stato il grido potente attraverso il quale Carmela Scotti si è fatta spazio nel panorama letterario italiano. Un grido che attraverso la nostra piccola imperfetta, bastonata dalla vita senza clemenza e pietismo, squarcia quelle poche pagine e il cuore del lettore togliendogli il fiato e costringendolo a fare profondi respiri per continuare a leggere quelle parole di una poeticità unica.


I bambini mi fanno sempre una tenerezza infinita, ancor di più se questi piccoli sono magici come il protagonista di Un figlio: dotato di una sensibilità unica e una visione del mondo senza angoli o spigoli, Guille mi ha rapito il cuore. Merito anche della penna sciolta e delicata dell'autore, ovviamente, e grazie alla quale ho deciso di recuperare un altro suo romanzo.
Ho amato Un figlio per la sua magia, la sua soavità e l'ingenuità infantile che vorremmo non aver mai perduto, ma soprattutto perché mi ha fatta pensare a come spesso pensiamo di proteggere i nostri piccoli senza prendere in considerazione il fatto che spesso sono loro che salvano noi.


Ma Guille non è l'unico bambino ad avermi commossa, perché Melody mi ha fatta piangere, arrabbiare e intenerire come pochi altri personaggi infantili sono riusciti a fare. Profondo, diretto senza essere mai crudo, Melody mi ha colpito profondamente riportando a galla ricordi dolorosi ed emozioni dimenticate.


Supernova ci parla, invece, dell'infanzia rubata. Quella che la vita estorce assieme ai sogni di bambini che tutti abbiamo, ma lo fa prematuramente approfittando dell'assenza di un amore genitoriale o adulto che non miri però a prendersi anche il corpo. Le debolezze nei ragazzi sono come crepe in un muro, le incertezze come frutti pronti per essere colti da chi per egoismo vuole rubare ai giovani le stelle e i cieli limpidi. L'ho amato. L'ho amato perché fa disperare, perché la prosa dell'autrice è una coltellata dritto al cuore.
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Avrei voluto inserire altri libri che, ognuno a modo suo, mi hanno lasciato qualcosa. Altri invece sono passati inosservati, e altri ancora sono stati una delusione. Ma mi piace pensare alle cose belle e ai libri belli, come questi, ed è per questo che nonostante nell'ultimo post vi abbia detto che avrei voluto parlarvi anche dei libri deludenti, ho cambiato idea e credo non lo farò più.
Ma tornano alle cose belle, quali sono state le vostre migliori letture dell'anno?

martedì 3 gennaio 2017

Grazie, indipendentemente dai numeri

Come vi dicevo l'anno scorso, io ho la tendenza ad essere sempre in ritardo agli eventi rilevanti e, spesso, anche a dar loro scarsa importanza. Credo dipenda dalla mia cultura famigliare, al nostro modo di fare da menefreghisti verso il proprio compleanno per cui quella data è come le altre e gli anni in più un motivo per sorridere timidamente. Quest'anno, però, non so come ho fatto ma sono qui a parlarvi proprio nella data di compleanno del blog, Uno Scaffale di libri, e alle due candeline che spegne proprio oggi tre gennaio. La cosa bella di questa data è che per me significa molte cose, perché se per la data di compleanno penso ironicamente "sono al mondo da ventidue anni" pensando che siano troppi, l'anniversario del blog è invece "sono due anni che sono rinata". Come spesso ho ripetuto in questa piattaforma, e anche in altre occasioni, il blog per me è stata la salvezza, lo strumento ultimo per sopravvivere al male che subivo ma, soprattutto, al male che mi facevo; perché se dal primo si guarisce, dal secondo si rimane dei convalescenti perenni. Tuttavia buttarmi sul web, inesperta, timorosa, nel pieno della mia disperazione da matricola, sola e divorata dalla nostalgia di una terra che mi ha rubato il cuore; è stato il primo passo verso una serie di cambiamenti che, o si accettavano, o si permetteva loro di prendersi tutto quanto. Il blog è stato il modo paradossale di espormi per proteggermi, di tenermi impegnata e farmi salvare dai libri. I libri, le pagine, le parole, le letture ad alta voce, quelle che trattengono il fiato, quelle che fanno arrabbiare e anche quelle che, invece, non lasciano che l'amaro in bocca. La letteratura, in generale, si sa che salva tutti noi. Anche te che adesso stai leggendo, non è vero?

Ed è per tutto questo, e molto altro, che amo il blog e tutto ciò che lo riguarda; soprattutto voi amanti della lettura. Perché scrivere di libri e lasciar cadere la propria voce nel vuoto non è come vedere il ritorno di un coro di tante altre splendide voci che condividono le opinioni sugli stessi libri, che siano positive o negative, che sia entusiastiche oppure troncanti, niente è più bello e caldo come l'unione che si crea attorno ad un libro. Quindi grazie, amanti della lettura, grazie perché mi leggete, mi supportate, mi seguite, diventate miei amici. E, a proposito, quante belle amicizie che sono nate grazie a questa rete virtuale e letteraria: amiche blogger con le quali condivido anche scorci di vita, ed amici lettori con i quali tutto inizia con "che libro mi consigli?".
Io vi consiglio tutti i libri che vi chiamano quando siete davanti allo scaffale della libreria, quelli che vi promettono che si lasceranno amare incondizionatamente e, sì, anche quelli su cui siete un po' scettici ma che potrebbero essere l'inizio di una rivoluzione del vostro essere e che potrebbero cambiare la vostra concezione di lettura.

Per quelli che non lo sanno, spero di diventare tra qualche anno un'economista, o svolgere una professione che avrà comunque a che fare quotidianamente coi numeri. Quindi capite che la mia vita non è fatta solo di parole, ma anche di bellissimi numeri con cui, spesso, litigo furiosamente. E sebbene i numeri e le quantità per noi idealisti poco contano, rammentarli male non fa. Quindi grazie ai circa 300 iscritti al blog, ai 1600 su Facebook ed infine ai quasi 10.000 su Instagram. Numeri e ancora numeri: 340 post pubblicati e più di 130.000 visualizzazioni.
Grazie, indipendentemente dai numeri, per quest'altro anno insieme: sono stati due anni bellissimi pieni di letture e di scambi di opinioni, e spero ce ne siano molti altri in futuro.

Un abbraccio fortissimo,
Siham
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