martedì 28 febbraio 2017

Recensione: Il caffè delle donne di Widad Tamimi

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su Il caffè delle donne, un libro che mi ha trovata in un periodo in cui cercavo delle risposte ai miei interrogativi. Il romanzo di Widad Tamimi quelle risposte non me le ha date, ma mi ha rassicurata, come se mi dicesse che non devo per forza trovarle, che non devo fare per forza una scelta. L'ho amato, l'ho amato con tutta me stessa, per questo e per tante altre cose.


Titolo: Il caffè delle donne
Autore: Widad Tamimi
Editore: Mondadori
Prezzo: €10.00
Data di uscita: 18 febbraio 2014


Trama:
Il caffè è un punto fermo nella vita di Qamar: espresso e vigoroso come lo beve la madre, ingentilito da un goccio di latte come piace al suo compagno, oppure fatto bollire tre volte, amaro e profumato di cardamomo, come ha imparato a berlo in Giordania. Da sempre Qamar è in equilibrio tra due mondi, ma lo ha scoperto solo il giorno del suo quattordicesimo compleanno, quando è diventata ufficialmente donna. Sottratta a ogni contatto promiscuo, costretta a una improvvisa separazione dagli amici, Qamar deve confrontarsi con le differenze profonde tra le due culture di cui è figlia. Eppure, nelle lunghe giornate trascorse con le donne di famiglia, impara a curare il corpo come ogni sposa deve saper fare, a cucinare, a essere seducente e insieme modesta. Ed è durante queste lunghe ore al femminile che viene introdotta all'antico, affascinante rituale del caffè: nonna, zie, sorelle, riunite nel salotto si scambiano confidenze e si preparano a conoscere il destino. Solo una, ogni giorno, è la prescelta per l'interpretazione dei fondi da parte di Khalto Sherin, che sa leggere nel sedimento i segreti del cuore e del futuro. Anni dopo, di fronte al dolore di una maternità mancata, Qamar sentirà la necessità di recuperare le proprie radici e ripensare alle parole ascoltate il giorno lontano in cui lesse la propria vita nel sedimento. Scegliere gli ingredienti del proprio caffè, deciderne aroma e intensità, significa capire che gusto vogliamo dare alle nostre giornate.


Recensione:
Ci sono libri inaspettati che sembra ci abbiano da sempre attesi. E se penso a Il caffè delle donne, "dove sei stato fino a questo momento?", ho come la sensazione che lui mi risponda "sono sempre stato qui, ti stavo aspettando". E' stato come trovare l'anima gemella, quella che alcuni sanno che c'è, è là fuori, arriverà quando sarà il momento. E che momento ha scelto Il caffè delle donne, se non quello in cui mi stavo dimenticando le mie origini e, addirittura, in un attimo di rabbia ho gridato di odiare. Non mi illudo, ci saranno sempre questi momenti, ma sono sicura che ci saranno sempre anche libri come quello di Widad Tamimi a farmi far pace con quel che non posso rinnegare.

Nel petto si è depositato un lago di lacrime ferme. Sedimentano, anche loro, dietro una diga chiusa che non le lascia scorrere. Acqua che brucia, di freddo e caldo al tempo stesso.

Qamar, la protagonista de Il caffè delle donne, non ha avuto modo di disconoscere le sue origini perché a distrarla è stata una vita aperta grazie ai genitori moderni che, però, non hanno voluto tagliare le radici a cui lei è ancorata e che sin da piccola mandavano lei e la sorella ad Amman dalla nonna e dalla famiglia del padre. Qui si scontra con una realtà diversa da quella milanese, ma è pur sempre una bambina senza restrizioni e senza limiti che può giocare tutto il giorno senza dover moderare i suoi comportamenti perché la gente cosa penserebbe, macchiando il suo onore. E l'amore non ha limiti, l'amore non ha religione, l'amore con l'onore non deve averci nulla a che fare, l'amore non ha età. Qamar si innamora e di quell'estate le rimarrà solo il sapore di un bacio che sa di paura, di inesperienza, di sogni che vanno al di là dell'orizzonte; le rimarrà anche la profezia incompleta sulla sua vita futura, sui figli che rifiuteranno il suo utero e sugli amori di cui non saprà nulla.

Le difficoltà in una coppia arrivano sempre, bisogna lasciare sedimentare. Perché l'amore è come il caffè.

Ormai adulta e lontana dal mondo arabo che mai prenderà le distanze da lei, Qamar inizia a vivere quella profezia con paura e persa nelle sfere più cupe della sua emotività. Fare i conti sempre con una madre inaffettiva che un abbraccio spontaneo non glielo ha mai dato, cercare di non rompere ciò che già la perdita del feto ha spezzato nel suo legame con Giacomo, così innamorato di lei ma anche così sfinito da questa lotta continua che Qamar vive: occidente contro oriente; una lotta che la protagonista decide di vincere prendendo l'aereo e tornando in quella terra che tanto le ha dato ma che tanto le ha anche tolto.

Amman è diventata l'utopia in cui trovare rifugio ogni volta che la quotidianità è stata scomoda, stretta o inappagate. E' diventata l'irraggiungibile chimera, l'incontestabile perfezione, l'inviolabile origine di tutte le cose, della mia vita, della mia identità. Amman, l'inaccessibile Amman.

Il caffè delle donne, opera prima della giovane Widad Tamimi non lo sembra per niente passando invece per una penna esperta, precisa e paziente. Capace di trasmettere in tutta la loro intensità le emozioni vissute dalla protagonista, Il caffè delle donne mi ha conquistata nel giro di pochissime pagine. Intenso come il caffè che la madre di Qamar prepara, di grande trasporto, si alterna tra presente e passato, tra due vite che sembrano l'una l'opposto dell'altra ma che convivono senza prevalere sull'altra. Un romanzo sulle donne, per le donne, indipendentemente dalla cultura a cui appartengono di nascita; un romanzo travolgente capace di arricchire l'anima del lettore da ogni punto di vista, un romanzo che ho amato con tutta me stessa. Come amo le mie origini, nonostante tutti gli interrogativi che quelli come me e Qamar si fanno quotidianamente, quelli in bilico tra due mondi.


Espresso non è il mio genere, ha ragione mia madre. È troppo penetrante, quasi invadente. Ti sciocca e se ne va. Come al bancone del bar. Invece io ho bisogno di sedermi, di lasciar scorrere i pensieri e fissare il mio equilibrio. La sorte ti tocca comunque, tanto vale affrontarla a colazione.

venerdì 24 febbraio 2017

Recensione: Il nido di Tim Winton

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su Il nido, libro complesso, impegnativo, angoscioso ma quasi totalizzante.


Titolo: Il nido
Autore: Tim Winton
Editore: Fazi Editore
Prezzo: €19.50
Data di uscita: 19 gennaio 2017

Trama:
Tom Keely, ex avvocato ambientalista molto noto, ha perso tutto. La sua reputazione è distrutta, la sua carriera è a pezzi, il suo matrimonio è fallito, e lui si è rintanato in un appartamento in cima a un cupo grattacielo di Fremantle, da dove osserva il mondo di cui si è disamorato, stordendosi con alcol, antidolorifici e psicofarmaci di ogni sorta. Si è tagliato fuori, e fuori ha intenzione di restare, nonostante la madre e la sorella cerchino in ogni modo di riportarlo a una vita attiva. Finché un giorno s’imbatte nei vicini di casa: una donna che appartiene al suo passato e un bambino introverso. L’incontro lo sconvolge in maniera incomprensibile e, quasi controvoglia, permette che i due entrino nella sua vita. Ma anche loro nascondono una storia difficile, e Keely presto si immerge in un mondo che minaccia di distruggere tutto ciò che ha imparato ad amare, in cui il senso di fallimento è accentuato dal confronto continuo con la figura del padre, Nev, un gigante buono impossibile da eguagliare. In questo romanzo coraggioso e inquietante, Tim Winton si chiede se, in un mondo com- promesso in maniera irreversibile, possiamo ancora sperare di fare la cosa giusta.
Scritto con una prosa trascinante che rivela punte di umorismo nero e spietato, Il nido è il toccante racconto dell’incontro salvifico tra due solitudini che trovano l’una nell’altra un barlume di speranza. Una storia di miseria e fallimenti, dipendenze e marginalità, sullo sfondo di un’Australia ricca di contrasti, in cui la bellezza struggente dei paesaggi fa a pugni con la periferia urbana, straniante e ostile, dell’estremo lembo del mondo.


Recensione:
Nel suo nido, al decimo piano del palazzo Mirador nell'Australia occidentale, Tom Keely sembra osservare il mondo da cui si è isolato dopo aver assistito alla distruzione della sua carriera e dopo il fallimento del suo matrimonio. Così, senza più mezzi finanziari e mentre esclude anche la madre e la sorella dalla sua vita, assiste alla sua vita come parte passiva vivendola giorno per giorno; sembra intontito e stordito dal mix di alcol e psicofarmaci che sembrano l'unica cosa capace di placare quel senso di repulsione che prova per se stesso. Deciso, quindi, a lasciar morire il suo "io" più profondo, Keely non prevede l'entrata in scena della bella ma sciupata Gemma Buck e del suo innocente ma eccentrico nipote Kai. La prima sembra un'apparizione da un passato lontano quando lei e la sorella si rifugiavano a casa dei Keely per proteggersi dal padre alcolizzato e violento ed ora, a così tanti anni di distanza, sembra che il loro destino fosse segnato senza clemenza o possibilità di riscatto per Gemma; senza escludere il piccolo Kai che, seppur taciturno, sembra ossessionato dalla morte, dalla vecchiaia e dagli uccelli in via di estinzione. E saranno proprio questi ultimi ad avvicinare Kai al vecchio Keely, il quale controvoglia si ritrova coinvolto nella vita dei vicini e, addirittura, affezionarsi al nipote di Gemma. Forse è proprio il piccolo a scuotere Tom, a svegliarlo dal suo stordimento, a fargli muovere qualcosa dentro che non sia indifferenza, lui che nella vita non ha voluto compromessi: o essere vincitore, oppure un vinto.

Come un signore della guerra che baratta ostaggi nel deserto, avrebbe scelto la via più lunga e tortuosa fino al più infelice degli esiti.

Il nido di Tim Winton è un grandissimo romanzo che ruota attorno ad un grandissimo protagonista: Tom che non ha mai superato la morte del padre Nev al quale vorrebbe somigliare ma nega il fatto, Tom che solamente dopo aver rottamato il suo matrimonio prende consapevolezza di voler diventare padre, Tom che ha deciso di abbandonarsi alla disperazione più buia e che, forse grazie all'istinto di sopravvivenza animale, deciderà di rialzarsi e redimersi, di uscire dal suo nido isolato per proteggere chi ama.
Il romanzo di Tim Winton, ambientato in un' Australia contraddittoria dove il selvaggio e l'urbanizzazione sembrano essere in continua lotta, parla di un incontro tra imponenti solitudini, di violenza, ma anche di fragilità e di emarginazione, di rassegnazione, di disillusione e, soprattutto, di speranza, anche se lieve e tenue. Il nido è un romanzo impegnativo ma scorrevole, ricco di dialoghi e di battute brevi ma d'effetto, è uno di quei romanzi il cui finale aperto ci fa pensare alla possibilità che alla fine un riscatto per personaggi così sfiniti e abbandonati forse esiste.

Quindi non c'è nessuno che vuole farti del male? No. Il dolore è di meno. E' più una sensazione di tristezza. Come... Come se tutto va via, si spegne. E io non voglio. Tutto si spegne come quando finisce il giorno.

martedì 21 febbraio 2017

Recensione: Mi chiamo Lucy Barton di Elisabeth Strout

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su Mi chiamo Lucy Barton di Elisabeth Strout, autrice che scopro solo ora ma che è stata appagante.


Titolo: Mi chiamo Lucy Barton
Autore: Elisabeth Strout
Editore: Einaudi
Prezzo: €17.50
Data di uscita: 3 maggio 2016


Trama:
Da tre settimane costretta in ospedale per le complicazioni post-operatorie di una banale appendicite, proprio quando il senso di solitudine e isolamento si fanno insostenibili, una donna vede comparire al suo capezzale il viso tanto noto quanto inaspettato della madre, che non incontra da anni. Per arrivare da lei è partita dalla minuscola cittadina rurale di Amgash, nell'Illinois, e con il primo aereo della sua vita ha attraversato le mille miglia che la separano da New York. Alla donna basta sentire quel vezzeggiativo antico, "ciao, Bestiolina", perché ogni tensione le si sciolga in petto. Non vuole altro che continuare ad ascoltare quella voce, timida ma inderogabile, e chiede alla madre di raccontare, una storia, qualunque storia. E lei, impettita sulla sedia rigida, senza mai dormire né allontanarsi, per cinque giorni racconta: della spocchiosa Kathie Nicely e della sfortunata cugina Harriet, della bella Mississippi Mary, povera come un sorcio in sagrestia. Un flusso di parole che placa e incanta, come una fiaba per bambini, come un pettegolezzo fra amiche. La donna è adulta ormai, ha un marito e due figlie sue. Ma fra quelle lenzuola, accudita da un medico dolente e gentile, accarezzata dalla voce della madre, può tornare a osservare il suo passato dalla prospettiva protetta di un letto d'ospedale. Lì la parola rassicura perché avvolge e nasconde. Ma è nel silenzio, nel fiume gelido del non detto, che scorre l'altra storia.


Recensione:
Sembrava una scrittura piatta e asciutta, quella della Strout. Il suo ultimo libro, Mi chiamo Lucy Barton, era attesissimo tra gli affezionati dell'autrice e mentre partiva l'entusiasmo di alcuni, altri si dicevano delusi ma erano pronti a perdonarla. Poi c'ero io che non conoscevo la Strout, né sapevo che alla parete di casa sua fosse appeso il certificato datole dopo aver vinto il Premio Pulitzer nel 2009 con Olive Kitterdige. Ma mi hanno sempre detto che sono molto curiosa, e che la curiosità uccise il gatto ma la soddisfazione lo riportò in vita. Quale miglior soddisfazione, quindi, ho avuto quando ho voltato l'ultima pagina di Mi chiamo Lucy Barton, che nella sua semplicità e linearità riesce a descriverci del legame più vecchio del mondo che unisce madre e figlia. Un rapporto travagliato reduce da un passato colmo di povertà e miseria, di violenza e di umiliazione.

Eppure conosco anche troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto. Ce lo teniamo stretto, invece, e lo difendiamo da ogni assalto del cuore: questo è mio, è mio, è mio.

Vediamo una madre di poche parole al capezzale della figlia, e c'è un motivo se i personaggi poco loquaci sono i miei preferiti, perché talvolta le parole sono mine antiuomo, mine antiemozioni: basta un poco che detonare i ricordi, i rimpianti e, soprattutto le colpe. E Lucy di colpe da rinfacciare alla madre ne ha tantissime, di dita da puntare contro colei che aveva il potere di proteggerla ma che ha preferito darle di schiena. Eppure le parole non ci sono, i silenzi tra madre e figlia si colmano con una New York fredda e di pettegolezzi su donne lasciate dal marito, mariti abbandonati dalle moglii: nessun riferimento alla loro di vita, a quella che intanto Lucy ha costruito lontano da casa dicendo addio ai legami famigliari.
Si tratta di silenzi che fanno far pace tra le due donne, che sanno di amore quotidiano nei suoi piccoli ed ordinari gesti. Si tratta di silenzi che sanno di irrisolto e di inconcluso, e di questo si vuole ammonire l'autrice ma si sa anche che è proprio quel che rimane in sospeso ad avere fascino e a rendere il breve romanzo in Mi chiamo Lucy Barton, perché io non lo immagino in nessun altro modo, non riesco a scrivere mentalmente un epilogo diverso, perché delle volte i rapporti sono così: inconclusi, senza punto. Si tratta di silenzi che parlano.

Forse era il buio appena rotto dalla crepa pallida di luce che filtrava dalla porta, forse la costellazione del formidabile grattacielo Chrysler davanti a noi, a permetterci di parlare come non avevamo mai fatto. 

Sembrava una scrittura piatta e asciutta, dicevo, ma alla fine si è rilevata caratterizzata da una profondità mascherata da superficialità, da semplicità nascosta sotto alla complessità di una trama che avrebbe potuto essere caricata di paroloni o di emozioni potenti, ma che alla fine è bella proprio perché lieve e quieta.

La vita mi lascia sempre senza fiato

venerdì 17 febbraio 2017

Recensione: La mia vita è un paese straniero di Brian Turner

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione sul duro, realistico e poetico La mia vita è un paese straniero di Brian Turner.


Titolo: La mia vita è un paese straniero
Autore: Brian Turner
Editore: NN Editore
Prezzo: €18.00
Data di uscita: 27 ottobre 2016


Trama:
Nel 2003 il sergente Brian Turner è a capo di un convoglio di soldati nel deserto iracheno. Dieci anni dopo, a casa, accanto alla moglie addormentata ha una visione: come un drone sulla mappa del mondo, sorvola Bosnia e Vietnam, Iraq, Europa e Cambogia. Figlio e nipote di soldati, le sue esperienze si fondono con quelle del padre e del nonno, con i giochi da bambino e le vite degli amici caduti in battaglia. Così, tutti i conflitti si dispiegano sotto di lui in un unico, immenso, territorio di guerra e violenza. Nel 2003 il sergente Brian Turner diventa un poeta e quando, dieci anni dopo, la visione torna nella sue notti insonni, grazie alla poesia riesce a raccontarla così da accettarne la memoria - una memoria tanto grande che l'America non basterebbe a contenerla, e che sfrega l'anima fino a scorticarla. Liberata la nostalgia, la compassione e il desiderio di verità, "La mia vita è un paese straniero" racconta in diretta le azioni, le esercitazioni, i vuoti e i rumori, la paura e il coraggio, la tragedia e la gioia dei ritorni. E riconnettendo vita e poesia, orrore e morte, riesce a dire della guerra le parole che mancano, quelle capaci di riallacciare il filo del senso a quello del silenzio.


Recensione:
Un libro a cui mancano il numero delle pagine con le ultime di queste utili per scrivere le proprie note ed i propri pensieri, esattamente come fa Brian Turner, veterano di guerra che ne La mia vita è un paese straniero si abbandona alle sue memorie, ai suoi ricordi ai pensieri che lo hanno accompagnato sin dalla nascita, forse. Perché Brian Turner ha la guerra nel sangue, ha ereditato la divisa da sergente prima ancora di venire al mondo, perché sia il padre che il nonno sono stati impegnati nella guerra prima di lui.

Per essere uomo avrei dovuto camminare nella tempesta e nel tuono di un mondo spogliato di ogni ragionevolezza, come prima di me avevano fatto altri della mia famiglia. E se fossi stato abbastanza forte, e capace, e maledettamente fortunato, un giorno sarei potuto ritornare protetto da un silenzio incrollabile. Tornare al mondo, come dicono.

Sembra che il mondo non riesca a vivere senza la guerra, sembra che la guerra nel mondo sia quasi necessaria, da sempre, sembra che l'uomo non riesca a risparmiarne un altro in nome della sua bandiera e della consapevolezza della sua superiorità rispetto al nemico. Brian Turner lo vive e lo racconta in forma di pensieri sconnessi con un unico ed essenziale filo conduttore: l'atrocità della guerra. Brian Turner, sopravvive, quindi, oggi che è lontano dai luoghi dove il silenzio è effimero e anche da temere. Sopravvive al suo passato, trasmette quello che lui e altri come lui hanno provato e fatto in Bosnia, in Iraq e in tanti altri paesi. Per loro il giusto ha perso senso, a furia di sparare colpi, ci si dimentica del perché si è lì, ci si abitua al conflitto, si è sempre lì per lì per spegnere la propria umanità, la pietà, la compassione.
Brian Turner, alla domanda di quante persone persone ha ucciso, risponde risoluto, senza esitare, con un numero che mi ha fatto sobbalzare. Ma si percepisce la grandezza e la pesantezza del senso di colpa, lo si capisce anche dagli incubi in cui Brian torna a visitare i luoghi colpiti dalla guerra, quando si sveglia senza paura ma con rassegnazione.

C'è un limite alla sofferenza che un corpo può patire, c'è un limite allo sfacelo. Nel giro di qualche giorno cominceranno a morire.Tutto scientificamente documentato su pellicola a colori da 16 millimetri. E' storia. E' avvenuto davvero. Potete vederlo con i vostri occhi. Potete vedere quelle bocche mute imprecare contro Dio.

Con una scrittura vera, Brian Turner, ci spiega cos'è la guerra al di fuori dai libri di testo e dalle nozioni che tutti noi abbiamo ripetuto fino allo sfinimento; lo fa senza nascondere le emozioni, lo fa con sincerità, talvolta in versi di poesia, talvolta solo con poesia. Altre volte, invece, sembra spolverare la sua divisa e si lascia andare a tecnicismi, come per ribadire a se stesso e a chi lo legge che sarà sempre un uomo di guerra, e il passato non si cancella, anche se ripete più volte che Il sergente Turner è morto.
La mia vita è un paese straniero è un libro che apre gli occhi su quello che sta succedendo in alcune parti del mondo, che siano sotto i riflettori quotidianamente o che siano dimenticate, fa riflettere sull'umanità, senza mai essere troppo duro ma neanche troppo delicato. Da leggere lentamente, pian pianino come una raccolta di poesie, per non accumulare troppo malessere esistenziale, La mia vita è una paese straniero è uno di quei libri che deve essere in tutte le librerie dei lettori.

Quando innescammo l'ordigno e facemmo esplodere il napalm, mi sentii carico ed elettrizzato. Faceva un gran freddo. Il caffè fumava nella tazza e il mondo scompariva nella nebbia. E per un attimo pensai che quello era il grande corpo della Morte. Una fetta dell'eredità che ci portiamo dentro. Volevo vederla scoppiare e prendere fuoco. Volevo che il mondo ne fosse sconvolto. E soprattutto, volevo essere io stesso sconvolto.

martedì 14 febbraio 2017

Recensione: Anche noi l'America di Cristina Henriquez

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su Anche noi l'America, entrato a far parte dei miei libri preferiti in assoluto. Ritengo, inoltre, che la storia di Cristina Henriquez sia una di quelle che arricchiscono la vita di ogni persona oltre che di ogni lettore; una storia che può essere usata per combattere l'ignoranza e per sensibilizzare tutti noi ad un'attualità diventata routine e, di conseguenza, ignorata.


Titolo: Anche noi l'America
Autore: Cristina Henriquez
Editore: NN Editore
Prezzo: €17.00
Data di uscita: 17 marzo 2016


Trama:
Maribel Rivera è una ragazzina bella e felice, fino all'incidente che le cambia la vita. I genitori decidono di abbandonare la sicurezza della propria casa in Messico per trasferirsi negli Stati Uniti, nel Delaware, così da garantirle la migliore assistenza possibile. Il sogno americano dei Rivera si traduce nella possibilità di dare un futuro alla figlia. Mayor Toro vive nella casa accanto, e la sua famiglia è arrivata dal Panama quindici anni prima. Il ragazzino è il solo che riesca, lentamente, a entrare in sintonia con Maribel e a farle tornare il sorriso. Le voci di Mayor e di Alma, la madre della ragazza, si alternano con quelle della comunità dei vicini: uomini e donne dalle vite divise, che devono lottare per conquistare un nuovo presente lasciandosi alle spalle la nostalgia e le fatiche del passato.


Recensione:
Mentre si costruiscono muri e si chiudono le frontiere, libri come Anche noi l'America e le parole che lo compongono fanno quasi male. Mentre il tempo avanza, il mondo sembra tornare indietro e le persone, che mai hanno smesso di discriminare ed essere discriminate, sembrano rivivere vecchi e tristi capitoli della storia. La storia che non vogliamo dimenticare, tanto che ogni giorno è la giornata mondiale di qualcosa, la giornata in cui si rimembra un massacro per non dimenticare, nel frattempo la vita in altre parti del mondo non può vivere lo stesso lusso, non può prendersi una pausa dai pregiudizi e dal loro senso appartenenza. Anche noi l'America sembra una storia che un po' ha previsto un futuro in cui gli Stati Uniti d'America, il paese considerato per eccellenza sinonimo di libertà ma allo stesso tempo la potenza più contraddittoria mai esistita, sembrano spezzarsi in due: odio e tolleranza ogni giorno sono in prima pagina, il caos sembra dilagare e le minoranze tremano. Le minoranze che fuggono dai loro paesi, dal loro tutto, in cerca di sicurezza, ma che sembrano essere degli eterni e perenni emigrati: fai la valigia una volta, la farai per sempre.

Avevamo impacchettato la nostra vecchia vita e l'avevamo lasciata indietro, poi ci eravamo precipitati verso una nuova esistenza con poche cose, noi stessi e la speranza. Sarebbe bastato? Andrà tutto bene, mi dissi. Andrà tutto bene.

Anche noi l'America, della talentuosa Cristina Henriquez, rappresenta il sogno di ogni famiglia in fuga dal proprio paese in cerca di migliori condizioni di vita per sé ma soprattutto per i propri figli. Come la famiglia Rivera che rispettando la legge e le regole, la burocrazia e in preghiera, attende i visti per superare il confine tra Mexico e USA e garantire alla splendida figlia Maribel un'istruzione che le permetta di recuperare parte delle sue capacità cerebrali perdute dopo un'incidente. Abbandonare la propria casa, famiglia, il profumo della propria terra, la propria lingua per il sogno di sempre, l'America. Per cosa, poi? Per un appartamento spoglio e gelido, per dei pranzi e delle cene povere perché non si hanno i soldi, per un materasso per terra su cui già altri precedentemente si sono coricati. Si cerca di sopravvivere, si fa il possibile per i propri figli. Lo sanno anche i Toro che hanno anche loro due figli e uno di loro, Mayor, avrà un ruolo determinante della guarigione di Maribel: i ragazzi vivono il momento, e non importa se non si deve o non si può fare, non importa entro quali confini territoriali si è: ci si innamora e basta.

Noi siamo gli americani invisibili, quelli che a nessuno importa nemmeno di conoscere perché gli hanno detto di avere paura di noi e perché forse, se facessero lo sforzo di conoscerci, si renderebbero conto che non siamo poi così cattivi, e forse addirittura che siamo molto simili a loro. E chi odierebbero, allora?

Anche noi l'America è un romanzo corale dove, però, non assistiamo solo alle vicende delle due famiglie principali, ma conosciamo più personaggi sudamericani anche loro approdati sul suolo statunitense in cerca di fortuna, tutti che però in qualche modo falliscono. Perché non importa se prima o poi ottieni la cittadinanza e non importa se parli inglese, rimani uno straniero, rimane colui che vuole rubare il lavoro agli americani, colui che è la feccia dell società americana, rimani parte della minoranza, rimani un emarginato. Non importa se  invece tu, straniero, vuoi far parte di quella società, se sei andato a votare come qualsiasi altro americano, se paghi le tasse e rispetti la legge.
Anche noi l'America è stato un romanzo mondo per me, perché la storia delle due famiglie che si intreccia e porta a quei devastanti "e se" è stata così coinvolgente che non ho voluto finire le ultime pagine per paura che il mio presentimento si sarebbe avverato: il lieto fine per persone come gli onesti Rivera non esiste, lo si percepisce sin dall'inizio. Con uno stile riflessivo, una penna paziente e una scrittura piena di umiltà, Cristina Henriquez, poi, ha dato vita a personaggi a cui è impossibile non affezionarsi, e quante sono state le volte in cui avrei voluto abbracciarli o solo far sentire il mio sostegno, in silenzio, oppure, ancora, dir loro che li capisco, che anche io sono straniera dalla nascita.

Una spiaggia, però, non è tutte le spiagge. E una patria non è tutte le patrie. E secondo me lo sentivamo tutti, su quella spiaggia, quanto eravamo lontani dal posto da dove eravamo venuti, in un modo che era bello ma anche brutto. - Com'è bello - disse mia madre, fissando l'oceano. Poi sospirò e scosse la testa. - Questo paese -.

Libri come Anche noi l'America fanno male, dicevo all'inizio, soprattutto se collocati nella triste attualità che ci riempe le orecchie tutto il giorno. Ma a me, se possibile, ha fatto ancor più male perché anche i miei genitori hanno lasciato la loro terra per permettere a me e a mio fratello degli studi che ci avrebbero garantito un futuro certo e stabile.
Anche noi l'America, anche noi l'Italia, anche noi la Francia, anche noi indipendentemente dal colore del passaporto, siamo persone.
Anche noi l'America di Cristina Henriquez è un libro che certamente apre gli occhi a chi queste realtà le vive con distacco come tutta l'informazione del TG serale, fa sì che la mente e l'attenzione sia focalizzata sui veri protagonisti delle continue fughe ed esodi; libri come questo danno voce proprio a loro ed è impossibile non entrarci in empatia perché i Rivera e i Toro del romanzo di Cristina Henriquez diventano portavoce di qualcosa di grande, di qualcosa da capire e, soprattutto, qualcosa di cui avere consapevolezza e affrontare con la dovuta umanità. Cristina Henriquez, naturalizzata americana di padre panamense, ha scritto Anche noi l'America senza odio e rancore, senza pregiudizi e senza accuse, a parlare e a conquistare sono solo i suoi Unknown Americans.

Perché un posto ti può fare molto male, ma se è casa tua o lo è stato una volta, lo ami comunque. Funziona così.

venerdì 10 febbraio 2017

Recensione: La tua seconda vita comincia quando capisci di averne una sola di Raphaëlle Giordano

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su un libro che un inno all'ottimismo e che ho molto apprezzato in un pomeriggio grigio.


Titolo: La tua seconda vita comincia quando capisci di averne una sola
Autore: Raphaëlle Giordano
Editore: Garzanti
Prezzo: €16.90
Data di uscita: 26 gennaio 2017


Trama:
Ci sono giornate in cui tutto va storto. È così per Camille, quando sotto un incredibile diluvio si trova con l’auto in panne e senza la possibilità di chiamare nessuno. Tutte le sfortune del mondo sembrano concentrarsi su di lei. Ma Camille non sa che quello è il giorno che cambierà il suo destino per sempre. Un uomo le offre il suo aiuto. Si chiama Claude, e si presenta come un «ambasciatore della felicità». Le dice che lui è in grado di dare una svolta alla vita delle persone. Camille sulle prime non dà peso alle sue parole. 
Eppure, riscoprire la bellezza delle piccole cose renderebbe tutto più facile: l’aiuterebbe ad andare di nuovo d’accordo con il figlio ribelle e a ritrovare la sintonia di un tempo con il marito. Così decide di ricontattare Claude e di seguire le sue indicazioni. Per liberarsi delle cattive abitudini c’è ogni giorno un semplice esercizio da compiere, un piccolo passo alla volta: ripercorrere le sensazioni di un momento felice, guardarsi allo specchio e farsi dei complimenti, contare tutte le volte che ci si lamenta durante la giornata. 
A volte basta solo ringraziare per quello che di buono accade, dal profumo del caffè la mattina a una realizzazione personale. Camille comincia a mettere in pratica questi consigli, e intorno e dentro di lei qualcosa succede. Con il sorriso sulle labbra, non è più così difficile parlare con suo figlio e riscoprire con suo marito i motivi per cui si erano scelti. Ma c’è una cosa ancora più importante che Camille ha imparato. Non c’è felicità se non la si divide con qualcuno. 


Recensione:
Un titolo lunghissimo per una storia semplicissima che ruota tutta attorno alle piccole cose della vita, quelle effimere, quelle delle grandi emozioni che si vivono in punta di piedi, le stesse che spesso ignoriamo in cerca di cose più grandi, più durature, facendone quasi un obiettivo. Come la felicità, che per molti diventa lo scopo della vita, il fine ultimo, la destinazione finale e d'arrivo. E molti, quindi, sognano di avere un lavoro che li appassioni, di avere una famiglia e, e niente, di essere felici. Camille, la protagonista del romanzo di Raphaëlle Giordano, un lavoro e una famiglia ce li ha, non è infelice, quello sì, ma non è neanche felice. Camille quindi è in balia delle emozioni e le reprime con tutte le sue forze perché nella vita bisogna andare avanti, si hanno delle responsabilità, ma si sa anche che prima o poi si crolla e di fronte a Claude, e il suo abbraccio caldo e comprensivo, Camille si rende conto che non può più ignorare la noia e la frustrazione che vivono il suo matrimonio, come non può più ignorare quel figlio troppo ottuso e allergico alle regole, ma non può più neanche evitare di fare i conti con i suoi sogni da bambina, riposti in una polverosa scatola, e l'amore per se stessa. Ed è così che Camille, appresa la notizia di soffrire di abitudunite acuta, si fa prendere per mano da Claude, il quale diventa suo mentore e maestro, per prendere in mano la sua vita e modellarla a seconda di ciò che desidera farne.

- Abitudinite acuta. E' una malattia dell'anima che colpisce sempre più persone nel mondo, soprattutto in Occidente. I sintomi sono quasi sempre gli stessi: calo motivazionale, incupimento cronico, perdita di punti di riferimento, difficoltà a essere felici nonostante il benessere e l'abbondanza dei beni materiali, disincanto, stanchezza... -

Sono sempre lì, le piccole cose della vita, che hanno i grande potere di creare le grandi cose che ci segnano. Ad esempio guardarsi allo specchio e farsi un complimento valorizzando ciò che ci piace di noi stessi e non concentrandosi solo su quelle che invece non sopportiamo, smetterla con le scuse e con il "domani comincio" perché il tempo scorre inclemente e le frustrazioni si possono accumulare, si possono mangiare le gioie della nostra quotidianità, quando invece si possono prevenire abbandonandosi alla creatività, al gioco con i nostri bambini, ad esempio, accantonando le paure e iniziando a vedere le cose con positività, con il sorriso, perché come dice sempre il mio papà: "a tutto c'è una soluzione".
La tua seconda vita comincia quando capisci di averne una sola è stata una letture lampo, una di quelle che in un pomeriggio grigio portano il sole dentro al cuore e sul viso disegnano un leggero sorriso. Nulla di pretenzioso, nulla a che vedere con le letture che fanno la letteratura, ma una breve storia che è un'ode all'ottimismo e alla positività, un inno alle piccole cose della vita che se portate avanti con costanza e con la determinazione di cambiare la propria vita, possono cambiare la persona e il suo modo di vivere le sue giornate. Una lettura piena di tenerezza, leggerezza, perfetta per quei lettori che cercano nuovi stimoli da traslare nella loro quotidianità, ma anche a quelli che si trovano in un vicolo cieco, al buio, e ne potrebbero trarre ispirazione per cambiare le cose che più li rendono inquieti.

mercoledì 8 febbraio 2017

Recensione: L'animale notturno di Andrea Piva

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia recensione del romanzo esistenziale e in costante "in bilico" di Andrea Piva.


Titolo: L'animale notturno
Autore: Andrea Piva
Editore: Giunti Editore
Prezzo: €16.00
Data di uscita: 11 gennaio 2017


Trama:
Fare un sacco di soldi, a tutti i costi. Vittorio non ha dubbi: è questo l'unico modo di sfuggire al grigiore della sua vita attuale. Sceneggiatore appassionato e idealista, a soli trent'anni è già riuscito sia a sfondare che a clamorosamente fallire; d'altronde l'avere rotto il naso al regista con cui lavorava con profitto non è certo un bel biglietto da visita per i produttori, e oggi la sua carriera è decisamente in stallo. Nel disperato tentativo di cambiare corso alle cose, in un sussulto di ambizione e follia Vittorio decide di investire tutti i suoi risparmi nell'affitto di un sontuoso appartamento in pieno centro a Roma: perché si sa, per diventare ricchi bisogna innanzitutto cominciare a comportarsi da ricchi. Così, tra donne, alcol, droga e passeggiate con il naso all'insù in una Roma dalla bellezza che stordisce, il bisogno di soldi diventa presto una drammatica urgenza. Ed è proprio quando sta per rassegnarsi una volta per tutte al fallimento economico che Vittorio si imbatte nel senatore, un ricco ultraottantenne ieratico e sapiente con l'ossessione del gioco d'azzardo. Accordandogli un lauto compenso, il senatore si servirà di lui per accedere al mondo dei casinò online, che gli è vietato dalla figlia, preoccupata di vederlo rovinarsi come quando da giovane sperperava fortune in giro per il mondo. Ma soprattutto il senatore inizierà Vittorio, uomo di lettere e non di numeri, ai segreti della statistica e della matematica probabilistica. È il 2006, e il Texas Holdem, una variante spettacolare del nostro poker, sta prendendo piede in tutto il mondo: Vittorio, che ne ha sempre avuto la passione, ha adesso uno strumento formidabile per addomesticare la bestia. O forse per finirle più agevolmente in pasto? Un romanzo anomalo e sorprendente, profondo e leggero a un tempo, ricco di umorismo, di intelligenza, di azione, di stile, di personaggi, di frustrazione, ma anche di speranza e tensione ideale. In una parola, di vita.


Recensione:
In una Roma splendida e al contempo perduta, una Roma de La grande bellezza, una Roma che parla solo nell'oscurità della notte, vaga Vittorio Ferragamo; sceneggiatore calabrese in cerca di una fortuna che non arriva perché quello del cinema è un ambiente in cui sopravvive chi si sa adattare meglio e Vittorio non ne è in grado. Così, fuori dai palcoscenici romani e fattosi terra bruciata attorno, il nostro protagonista vaga come un animale notturno predatore e in cerca di autorealizzazione. Quest'ultima, però, può essere raggiunta solo vivendo al di sopra delle proprie possibilità. anche se questo significa svegliarsi nel cuore della notte col magone pensando al proprio conto in banca perennemente in rosso. Il che vuol dire che vive in un appartamento che non Vittorio non si può permettere, mentre belle donne dal corpo snello e nudo popolano le sue serate all'insegna della bamba, donne a cui sembra che sia stato rubato loro il futuro, donne cieche e uomini ciechi e giovani che non hanno alcuna prospettiva per ciò che verrà.

Se Roma fosse una donna non penserei ad altro che a lei. In tutta evidenza, anche se fosse solo una città. Non penso che a lei. Sono innamorato pazzo.

Di futuro sembra non essercene nemmeno l'ombra quando Vittorio si prende l'impegno di aiutare il vecchio senatore, ex avvocato e professore universitario, a giocare a poker online. Mentre questo con il gioco sembra ringiovanire e tornare ai suoi anni migliori, come se i clic convulsi fossero un siero magico per ritrovare la propria giovinezza, Vittorio si ritroverà ben presto tra il senatore e un amico di quest'ultimo, tra numeri, calcoli della probabilità, valori attesi, e la Teoria dei giochi, Vittorio carpirà quelli che saranno i segreti del poker che lo porteranno alla ribalta, quando il conto corrente bancario sarà ricco di zeri, ma saranno gli stessi che lo porteranno anche alla rovina.

Una cosa surreale e dolce insieme, che a me evoca tutto un groviglio ambiguo di sentimenti di varia natura, con uno spettro che va dalla compassione alla tristezza, passando, non so perché, per una malinconia come romantica.

L'animale notturno di Andrea Piva è un romanzo che si colloca tra autobiografia e fiction, tra fascino e squallore, tra illusione e disincanto e, soprattutto, tra classico e contemporaneo. Con un protagonista che ammicca a molti protagonisti dei più grandi classici della letteratura, con una scrittura che non fa che richiamare atmosfere e sensazioni che alcuni di questi sono in grado di suscitar, L'animale notturno è un romanzo che quindi rimane in un limbo fino alla fine, riprendendosi anche in un certo senso da una prima parte un poco noiosa e apatica, dove si osserva che alla fine nonostante i soldi e la ricchezza l'uomo rimane sempre e comunque insoddisfatto, pensando a ciò che ha perso o che avrebbe voluto ottenere, si osserva un degrado emotivo che produce una leggera malinconia nel lettore. Gli uomini scalpitano, fremono in un romanzo quasi esistenziale e triste.

Sono inquieto, conto le ore, non so perché ma mi sento addosso una forma di strana malinconia.

lunedì 6 febbraio 2017

Riepilogo mensile di gennaio


Buongiorno, amanti della lettura!
Gennaio è finito ed io comincio ad emozionarmi sempre più con il prossimo arrivo della primavera. Senza offesa per il primo mese dell'anno, che comunque è stato un gran bel mese, perché nonostante lo studio che spesso mi porta alla sfinimento sono stata quasi sempre allegra e felice. Certo, questi trentuno giorni sono volati via, ma chi se ne accorge se non all'ultimo giorno? A rendermi ancora più felice, però, non è solo la mia vita, ma anche le bellissime letture che mi hanno fatto compagnia nelle serate pià fredde.

Dolore è stata una lettura a cavallo tra il 2016 e il 2017, ma la lentezza è necessaria per un libro così: denso, poesia pura, emozione assoluta. Ve ne ho parlato meglio nella mia recensione sentita.


Ladivine, poi, è ancora più poesia, una storia di violenza, di radici, di radici sradicate, di tre generazioni di donne che non hanno mai dialogato e di una vita crudele e cruda esattamente com'è. Ve ne parlo meglio nella recensione.


La figlia femmina è un libro ambientato nel mio amato Marocco e ritrovare le mie tradizioni e le atmosfere a cui sono affezionata è stato emozionante. Ma le emozioni sono anche derivate dalla storia sconvolgente quanto meravigliosa. Non ho resistito, e ve ne ho parlato subito il giorno dell'uscita nella recensione.


La ragazza nell'ombra è il terzo capitolo della saga de "Le sette sorelle" e, anche se devo assolutamente recuperare le prime due storie, la mia mancanza non ha creato disordini o non collegamenti durante la lettura di quest'ultimo libro. Lucinda Rily, poi, mi era già piaciuta ne Il segreto di Helena e anche qui si riconferma come un'autrice di talento che regala leggerezza e spensieratezza. Ve ne parlo meglio e bene nella recensione.


L'animale notturno è un romanzo che, come l'ho definito su Instagram, si colloca tra fiction e autobiografia, tra fascino e squallore. Ve ne parlerò meglio tra qualche giorno.
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Questo mese, oltre alle recensioni di dicembre e quelle di gennaio, vi ho anche parlato delle 5 cose che ho imparato grazie al blogging.
Che mi dite delle vostre letture, invece? Siete stati fortunati anche voi e avete letto solo libri belli? :)

mercoledì 1 febbraio 2017

Recensione: La ragazza nell'ombra di Lucinda Riley

Buongiorno, amanti della lettura!
Prendete dei personaggi semplici, un passato lontano, degli intrighi e dei segreti; aggiungeteci del talento e delle leggerezza: ecco qua, ora potete divorare La ragazza nell'ombra di Lucinda Riley.


Titolo: La ragazza nell'ombra
Autore: Lucinda Riley
Editore: Giunti Editore
Prezzo: €14.90
Data di uscita: 4 gennaio 2017

Trama:
Silenziosa ed enigmatica, appassionata di letteratura e cucina, Star è la terza delle sei figlie adottive del magnate Pa' Salt e vive da sempre nell'ombra dell'esuberante sorella CeCe. Fin da piccole le due sono inseparabili: hanno un linguaggio segreto che comprendono solo loro e hanno passato gli ultimi anni viaggiando per il mondo, guidate dallo spirito indomito di CeCe, di cui Star è abituata ad assecondare ogni desiderio. Ma adesso, a solo due settimane dalla morte del padre, CeCe decide che per entrambe è arrivato il momento di fissare un punto fermo nelle loro vite e mostra a Star il magnifico appartamento sulle rive del Tamigi che ha intenzione di comprare per loro. Per la prima volta nella sua vita, però, Star sente che qualcosa in lei è cambiato: quel rapporto quasi simbiotico sta rischiando di soffocarla. È ora di trovare finalmente la propria strada, cominciando dagli indizi che Pa' Salt le ha lasciato per metterla sulle tracce delle sue vere origini: una statuetta che raffigura un gatto nero, il nome di una donna misteriosa vissuta quasi cent'anni prima e il biglietto da visita di un libraio londinese. Ma cosa troverà tra i volumi polverosi di quella vecchia libreria antiquaria? E dove vuole condurla realmente Pa' Salt?


Recensione:
Pare che Lucinda Riley non sbagli un colpo!, anche con il terzo della saga de Le sette sorelle, La ragazza nell'ombra, non delude le aspettative dei suoi affezionati lettori. E se, dall'altra parte, una scrittrice potrebbe essere intimorita che l'entusiasmo per i suoi sette libri potrebbe scemare, Lucinda Riley non la è grazie alla fiducia nei suoi personaggi e nelle donne che popolano le sue storie. Questa volta tocca a Star, la più timida e taciturna delle sorelle, quella più dimessa e anche più semplice, ma anche quella che proprio non riesce a prendere in mano la sua vita, un po' perché si sottovaluta, un po' perché non vuole abbandonare sua sorella CeCe che è totalmente l'opposto di lei, ma anche il suo complementare. CeCe è estroversa, esuberante e sì, anche in dipendenza di Star; è per questo che la protagonista non ce la fa a voltare pagina e a farsi una vita: come farebbe CeCe senza di lei, senza le sue carezze quando ha gli incubi?

Forse eravamo più simili di quanto volessi credere, pensai fissando la luna fuori dalla finestra, Avevamo entrambe paura del mondo crudele che ci attendeva fuori dal nostro comodo nido.

Ma c'è qualcosa in cui le due sorelle si assomigliano, ed è la repressione delle loro emozioni: Star è impenetrabile e non tradisce quello che prova. Anche quando dovrà fare il primo passo per andare avanti nella sua vita, da sola, e aprirà quella lettera che Pa' Salt le ha lasciato, nessuno sospetterà di ciò che starà provando. E quella lettera sembra aprire le porte ad un passato lontanissimo, a degli antenati della vecchia Inghilterra con cui, forse, Star ha dei legami di sangue. Ma non solo con loro, anche con il suo eccentrico nuova datore di lavoro Orlando e suo fratello Mouse. Star si ritroverà improvvisamente tra i loro battibecchi e i loro scheletri nell'armadio nella casa dei suoi sogni, mentre passato a presente scuciono segreti mai rilevati e legami mai scoperti. Passato e presente si intrecciano senza mai perdere fascino, cadenzato dalle emozioni che ciascun personaggio, ben costruito tanto da sembrare di conoscerlo da sempre, mentre si continua a fare il tifo per la nostra Star, che presto subirà una metamorfosi sbocciando e cambierà anche le vite di chi le sta attorno.
Il punto di forza di Lucinda Riley, a parte l'enorme talento che la contraddistingue da altri autori dello stesso genere, sono proprio i personaggi e la loro semplicità, complice una narrazione avvincente e leggera come una piuma, ci si estrania dal mondo che ci circonda mentre si continuano a sfogliare le pagine perdendo la cognizione del tempo, dispiace quasi arrivare alla fine, perché La ragazza nell'ombra di Lucinda Riley è una storia che regala delle rilassanti ore piene di spensieratezza.

Il cambiamento arriva, che lo si voglia o no, e in modi diversi. Accettarlo è fondamentale per riuscire a vivere con gioia su questo magnifico pianeta. Cura non soltanto il meraviglioso giardino che abbiamo creato insieme, ama anche il tuo, altrove. E soprattutto cura te stessa e segui la tua stella.
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